Archivi del mese: maggio 2010

Veniamo da una donna

Non è un fatto incidentale, tra una settimana mi sposo. Questa particolare condizione, non so perché, spinge in qualche mondo i neuroni a scegliere strade laterali. Una condizione particolarmente felice per chi sia in cerca di idee.
Quella più stravagante l’ho avuta pensando al mio addio al celibato.
Da ragazzo, complice il film “Fandango”, m’immaginavo a scolarmi Dom Perignon sulla cima di qualche collina – in Italia non ce l’abbiamo un canyon così, purtroppo – con due o tre amici, rigorosamente maschi.    
Non è andata così. Per nulla.
L’idea pazza è stata la seguente: lasciare che il mio addio a ogni velleità come playboy – casomai ne avessi qualcuna – fosse organizzato dalle mie colleghe. Insomma, un uomo, otto donne, e la strada. I colleghi maschi si sono naturalmente prodigati in fosche previsioni, ma credo che sotto sotto rosicassero parecchio. Soprattutto quelli sposati.
Vi risparmierò i particolari della serata che mi ha visto alle prese con i ruoli di entertainer, ballerino, addetto alle vendite, sommelier. Con risultati piuttosto scarsi, a essere sinceri.
Il succo del discorso è tutto nelle otto donne che hanno pensato, programmato e messo in atto questa infernale sarabanda. Otto persone a cui sarò sempre grato per una delle serate più incredibili della mia vita.
Il lento risveglio dalla notte di baldorie, mi poi ha dato modo di fare un paio di considerazioni.
Le donne sono molto più interessanti degli uomini. Noi maschietti lo sappiamo e pertanto ci difendiamo, con tutto un campionario di comportamenti, ruoli e battute salaci.
Non sto dando giudizi di valore: esistono donne pessime esattamente come esistono uomini pessimi.
Sarà però il modo in cui stempero gli aspetti più ferini del desiderio sessuale, ma tant’è: le donne mi hanno sempre incuriosito.
Dipenderà sicuramente dalle mie alterne fortune col genere femminile. Se la lotteria genetica mi avesse affidato armi più affilate, forse avrei avuto maggiori occasioni di incontro con l’altro sesso.
Ma avrei sicuramente conosciuto donne meno interessanti. Io almeno la penso così.
Quello che so di sicuro è cosa le donne sono state per me. E quello che mi hanno regalato.  
Gli entusiasmi di uno sguardo ricambiato. La delusione di un rifiuto. Una confidenza inattesa che ti piomba addosso in un giovedì qualsiasi. O ancora una cioccolata e milioni di sigarette passate a raccontarsi un passato che ancora non c’è, e un futuro di là da venire. La tensione mentre la aspetti sotto un portico. Il dolore di accompagnarla dove non avresti mai voluto. Una sua frase che ti stupisce. La risata a una tua battuta. Una parola sussurrata all’orecchio. Un posteriore particolarmente interessante a una fermata di bus. Il suo profilo in controluce davanti alla finestra. L’odore dei suoi capelli bagnati sotto la pioggia. Lei seduta sul tuo letto di ospedale a dirti che no, non sei solo. La mano che prende la tua mentre attraversi la strada per la prima volta. La mano che ti accompagna nella sua camera da letto. La mano che ti schiaffeggia per gelosia, per dolore, per rabbia, o per troppo affetto. La mano posata sulla tua nuca per farti sentire che tutto andrà bene.
La mano che infila una fede nella tua.
Le donne per me sono state, e saranno, tutto questo e tanto altro. Amiche, compagne, amanti, colleghe: non importa, le ho amate e, talvolta, alcune tra loro mi hanno amato.
Per loro ho scritto poesie, passato notti insonni, camminato per ore e ore.
Sono rimasto chiuso in un parco. Ho cambiato città, almeno per un po’.
Le ho detestate, di rado.
Le ho invidiate, desiderate, difese, offese.
Capite mai, ma sempre con la voglia di farlo.
Forse ho sbagliato tutto con le donne.
Ma a me va bene così.

Ilaria, Patrizia, Ioana, Orsola, Paola, Katia, Monica, Giorgia.
Questo è dedicato a voi.


Solitudine del Sistemista

Il volto illuminato dalla luce azzurrognola di uno schermo a cristalli liquidi.
Poco distante una pizza fredda e una coca calda, e di fianco un manuale di svariate centinaia di pagine, farcite delle precedenti sostanze.
Sguardo vitreo e interrogativo, antistress a portata di mano, vita sociale ridotta ai minimi termini.
E davanti agli occhi, un nugolo di grafici incomprensibili ai mortali.
Sei un sistemista, l’hai voluta tu questa vita. Mica potevi sollazzarti all’infinito con Quake Arena o Flight Simulator, no?
Poi, un subitaneo sprazzo di vita: una mail fresca fresca lampeggia timida sul systray.
La apro.

Da: “Team Rogne e Disastri Megasoft ” <trdm@megasoft.com>
A: “Me Medesimo” <me.medesimo@casamia.net>
Data invio: lunedì 31 dicembre 2012 23.33
Oggetto: Nuovo Virus Worm.ReallyBadBadW32
Il nostro centro rilevazione minacce informa che blah, blah, blah…

Funziona sempre così. In un istante sai che ci saranno domande da fare (a una macchina) e risposte da dare (a molte persone) e ti chiedi se il tutto abbia un qualche senso.
Quindi respiri profondamente e inizi ad analizzare la rete alla ricerca di qualcosa di anomalo. Che ovviamente speri di non trovare.
Lo schermo si anima di iconcine colorate.
Un allarme. Normale: è il solito commerciale che sfida il firewall alla costante ricerca di qualche sito porno non ancora bloccato.
Due allarmi. Dovrebbero darsi una calmata, però.
Tre allarmi. Allora ci si mettono pure quelli del magazzino…
Quattro, cinque, sei, dieci, venti, settantadue, duecentoquarantasei allarmi.
Panico.
Devi correre ai ripari: hai almeno una dozzina di tool di rimozione, lì lanci tutti assieme. Allo stesso tempo cerchi qualcosa di specifico in rete. Ma non trovi nulla. Proprio NULLA.
Le sole schermate che ti si presentano sono quelle di errore del browser.
Verifichi la connettività. Dal terzo ping in poi tutto tace.
Dopo un istante compare il messaggio di avvio dell’alimentazione di emergenza. Non c’è neppure più corrente dalla linea pubblica.
Molto molto strano.
Vai in sala server e non trovi nulla. Ci vuole una sigaretta. Sei il solo al lavoro a quell’ora, ci può stare una piccola trasgressione.
Dentro gli uffici non si può fumare da una vita, per cui scendi al piano terra. Nel cortile dietro i locali tecnici non ci sono telecamere.
Esci, accendi, dai una prima boccata, espiri. La morte a piccole dosi può essere persino piacevole.
Qualcosa attira la tua attenzione. Subito non riesci a capire, è come se mancasse qualcosa. Poi capisci e guardi l’orologio.
È il 32 dicembre 2012, il mondo è finito.
Solo che tu non te ne sei accorto.


Pelle contro Pelle

Pelle contro pelle, appunto.
Perché è di pelle che si parla in questa storia.
O meglio delle mie due pelli, quella normale e l’altra.
Fianco a fianco a contendersi costantemente il terreno in una guerra che ha un nome.
E questo nome è Psoriasi.
Psoriasi è una malattia. Taluni americani, certo più inclini di noi verso espressioni politically correct, la definiscono: a peculiar skin condition, una particolare condizione della pelle. Molto particolare aggiungerei.
Ma Psoriasi è innanzitutto una parola.
La medicina ha il potere di spogliare i propri termini del loro tecnicismo per donarli al senso comune.
Basti pensare a metastasi.
La parola in sé esisteva – ignota all’uomo comune – da ben prima che il tumore fosse tale, nascosto com’era dietro epiteti quali brutto male o malattia incurabile, quasi che il vero nome ne evocasse la presenza portatrice di lutti.
Oggi, nella testa di ciascuno di noi, la parola metastasi ha un significato nuovo, che sa calare nel disagio anche la persona più sana.
Significa fine, capolinea, sconfitta senza appello.
Morte.
Così Psoriasi, per chi non ne soffre, nella maggior parte dei casi è solo una parola. Non significa nulla.
Poi arriva un giorno, uno studio di un medico, un dermatologo. Molti prima di allora non hanno mai visto un dottore diverso da quello di famiglia, quello da cui si va per la febbre di stagione o il mal di pancia. E a un certo punto senti pronunciare quella parola. Per la prima volta.
E’ il nome che quel dottore da a queste strane croste, che non sono marroni come quelle che ti fai quando scivoli sul selciato mentre giochi a pallone o caschi in bici.
Sono croste bianche, spesse. E non vanno via.
Tu ascolti in silenzio la spiegazione, la diagnosi. E’ infarcita di parole che non hai mai sentito: Cheratina, Psicosomatico, Eziologia, Remissione, Riacutizzazione. Tutte parole che troveranno un loro senso. Ma non ora. Ora cerchi solo di sapere una cosa: quando passerà.
Ed ecco che la parola Psoriasi di colpo acquista il suo vero significato. Quello che ti porterai dentro per il resto della vita.
Psoriasi significa “fine pena: mai”.
Ma come, ci sarà una pomata? una crema? una pastiglia?
Sì, ci sono pomate, creme, pastiglie. Ci sono perfino raggi con nomi strani che sembrano usciti da un cartone animato giapponese. Curano. Ma non guariscono.
Va bene, di Psoriasi non si muore, c’è di peggio. Certo che c’è di peggio, solo che la Psoriasi gli altri la vedono. E tu la vedi nei loro occhi.
Molti non sanno cosa sia, proprio come te prima di quel giorno.
Molti per loro fortuna non lo sapranno mai, ma intanto la vedono e non capiscono. E, talvolta, ti evitano.
Perché non vedono te, vedono la tua pelle. Non quella normale, certo.
Vedono l’altra.
E si chiedono: ma cos’ha? ma si attacca? E tante altre domande che tu saresti felice di farti perché vorrebbe dire che sei al loro posto.

E di pelle ne hai una sola.