Archivi del mese: agosto 2010

Io,Vampiro./1

Waterloo

Sono nato sul finire dell’autunno, nell’anno di grazia 1771. Avevo diciotto anni quando vidi la presa della Bastiglia. Ho combattuto a Magenta con Napoleone. Ero con lui a Waterloo.
Ho visto rivoluzioni e reazioni.
Avevo duecentodiciotto anni quando vidi cadere il muro di Berlino.
E sono un vampiro.
O almeno questo è il modo in cui molti tra voi mi chiamerebbero.
No, non sono come vi immaginate. Scordatevi i canini affilati e tutto il resto. Quelle sono cose prese alla rinfusa dalle leggende popolari per infarcire romanzi e film. La luce del giorno non mi fa nulla, anzi da qualche anno mi piace abbronzarmi un po’. E gli specchi, quelli li uso anch’io, e mi vedo invecchiare come tutti voi, solo in modo molto molto diverso.
Mangio, bevo.  Perfino vino, sì.
E non mi nutro di sangue, il sangue è solo un mezzo.
Mi nutro di sogni e paure, di speranze e dolori, di bugie e amori.
Mi nutro di vita.
La vostra.
Era il giugno più freddo e maledetto che avessi mai visto, quando fummo sconfitti.
Ero vicino a Cambronne, e vi posso assicurare che quel rinnegato di un bretone lo disse eccome, in faccia agli inglesi che imploravano la nostra resa: Merde!
Avreste dovuto vederle quelle femminucce imbellettate, come si guardavano tra loro, indecisi tra lo sdegno e la sorpresa. Non credevano alle loro orecchie.
Risi di gusto. 
Poi sentii la scarica dei fucilieri di sua maestà britannica. Un colpo sordo, uno solo, al petto. Calore. E poi più nulla.
Per molti questa è la fine. Per me fu solo l’inizio.
Mi ricordo di essermi svegliato come in preda a una febbre che scuoteva ogni mia fibra. Tremavo e bruciavo, mentre quella donna mi passava una pezza bagnata sulla fronte.  
–         Bentornato tra i vivi, soldatino  
–         Chi sei? Cosa è successo alla guardia? Mi staranno cercando!
–         Non ti cerca nessuno, tranquillo. Sul campo di battaglia ci sono solo i becchini. E gli sciacalli che derubano i resti di quei poveretti. Non è più un posto per vivi quello. Non è più un posto per te.
–        E l’Empereur?
–        Non c’è più nessun Imperatore, soldatino, c’è solo un uomo con troppe vite sulla coscienza. Sei sciolto dal tuo vincolo di fedeltà. Pensa solo a riposare, ora, ne hai bisogno.
Nei giorni a seguire la mia ospite si prese cura di me come fossi un congiunto, ma io non ebbi la forza di dire altro per molto tempo. Sentivo la debolezza della mia condizione e della sconfitta.
E avevo sete. Una sete che ardeva da dentro e che tutta l’acqua del mondo non avrebbe potuto appagare. Deliravo, e in quel rapido susseguirsi di incubi e allucinazioni vedevo la mia benefattrice china su di me a baciarmi, come usa con i bambini piccoli per farli mangiare, quando non possono ancora masticare da soli. Quello che mi passava nella bocca era caldo, come le sue labbra, e aveva un sapore metallico e salato. Mi inebriava.
Al cambio di luna iniziai a ristabilirmi, e man mano che le forza mi ritornavano avvertivo sempre più intenso un legame con quella donna.
Subito attribuii la cosa alla riconoscenza nei confronti di chi mi aveva salvato la vita. Ma presto mi resi conto che non poteva essere solo questo.
Era come se fossi capace di percepire la sua presenza in casa, anche quando non ero in grado si scorgerla. Sembrava che emanasse dal suo corpo una sottile vibrazione in grado di penetrare fin sotto la mia pelle. Non avevo mai provato nulla di simile.
Eppure talvolta ero pervaso dalla paura. Una paura ancestrale, inesplicabile. Innominabile.
E poi la sete. Era tornata con una forza spiegabile solo con la mia ritrovata salute.
Andai al piano inferiore, dove si trovava la botte dell’acqua. Bevvi fin quasi a scoppiare, ma nonostante tutto la mia sete non appariva neppure scalfita. Fu allora che iniziai a tremare come una foglia, al punto che mi era penoso anche il più piccolo movimento.
Mentre cercavo di tornare al mio giaciglio, sentii aprire il chiavistello.
Era lei. Sembrava come trasfigurata. Gli occhi, vivi come non gli avevo mai visti, mi guardavano con una luce allo stesso tempo dolce e beffarda.
–        Vedo che stai meglio, soldatino.  Hai sete, vero?
Il suo sguardo aveva annientato ogni mio dubbio, ogni mia volontà. Dentro di me sapevo di essere alla sua mercé e che avrei fatto tutto ciò che voleva.
Mi si avvicinò.
–         Vieni da me. Io so come placare ogni tuo dolore
Le fui di fronte in un istante, come fossi trasportato. Prese il mio corpo tra le sue braccia e finalmente il tremito cessò. Quindi accostò le sue labbra alle mie, e sentii ancora quello strano sapore.
E infine capii. Era un sapore che conoscevo e avevo sentito tante volte in bocca, dopo qualche pugno di troppo al volto.
Era il sapore del sangue.
Lei stava rigurgitando sangue caldo nella mia gola.
Cercai di divincolarmi, ma io che avevo spezzato più di un collo con le sole mani non ero in grado di sottrarmi alla morsa di quelle esili braccia.
–        Perché vuoi scappare? Forse non gradisci il mio abbraccio?  
–        Tu sei una strega! Un mostro! Cosa mi hai fatto?
–        Ti ho solo reso ciò che io sono. Ti ho donato una nuova vita quando eri morto.
Caddi a terra, inebetito.  Lei mi guardava, come una tigre fa col figlio.
–        E’ tempo che t’insegni a cacciare.

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In un qualsiasi altrove.

Cercare una pienezza lontano da te, lontano da qui e non chiedersi il perché di ogni cosa, e non chiedermi il perché di ogni atto. E appena dopo lasciarsi andare come su un mare calmo di attese e ritorni. E giocare a mosca cieca con la vita come facevamo da bambini.

Seguire col dito attento lo scorrere del rettile tempo mentre attraversa i tuoi secondi senza lasciare traccia, mentre disegna rughe sul tuo volto. E non abbandonarti a parole incatenate come versi a segnare ogni tuo limite.

Non ci recapiteranno un altro destino. La libertà non è mai un dono.


Jimmy il Rosso.

 “Alienazione è il termine che più correttamente descrive il maggiore tra i problemi sociali dell’odierna Gran Bretagna: il popolo si sente alienato dalla società. In alcuni circoli intellettuali la cosa è trattata per lo più come un fenomeno recente.  A ben vedere, però, questa condizione ci ha accompagnato per anni.  Credo piuttosto sia corretto affermare che il problema stia oggi rivelandosi sempre più generale, sempre più pervasivo, come mai prima d’ora.  Lasciatemi innanzitutto definire cosa io intenda per alienazione: essa è il grido degli uomini che sentono se stessi vittime di cieche forze economiche al di fuori del loro controllo. È la frustrazione della gente comune esclusa da qualsiasi processo decisionale. È il senso di disperazione e di sconforto che pervade le persone comuni quando avvertono, a ragione, di non avere voce in capitolo nel definire o determinare il loro destino come individui.”

Il 10 Agosto scorso è morto Jimmy Reid, l’autore del brano che trovate all’inizio di questo pezzo. È l’esordio di uno dei suoi discorsi più celebri, di cui The Independent mette a disposizione la versione completa. Si tratta del suo saluto agli studenti in occasione dell’insediamento come rettore dell’università di Glasgow, ed è noto nel mondo come il discorso della “corsa dei topi”.
Io non conoscevo Jimmy Reid prima di leggere questo discorso. Non sapevo nulla del work-in – lo sciopero alla rovescia – dei cantieri navali sul fiume Clyde, di cui Jimmy è stato il leader forse più rappresentativo.
Non sapevo nulla di come all’alba degli anni ’70 la sinistra di mezzo mondo guardasse con simpatia a quell’angolo di Scozia, e a quei lavoratori che invece di scioperare, per difendere il loro posto e la loro dignità, dopo aver occupato i cantieri lavorarono per completare gli ordinativi ricevuti, dimostrando una volta di più che le aziende sono fatte di persone. E le persone non sono semplici fattori di un’astratta funzione produttiva.
Quei lavoratori dimostrarono che le persone contano più delle cifre.
Non era scontato. Forse non era neppure probabile. Ma successe. Almeno quella volta.
Verrebbe fin troppo facile fare il parallelo con la vicenda dell’occupazione della FIAT nel 1980, ma non credo di avere abbastanza competenze per addentrarmi in tale argomento.
Mi interessa piuttosto ritornare al cuore della lezione di Reid: il tratto peculiare del Capitalismo come si è andato definendo negli ultimi cento anni non è nella sopraffazione dell’uomo sull’uomo – che è molto più antica, e forse ineliminabile completamente – bensì nella negazione della natura umana. Una negazione che non coinvolge solo chi si trova in posizione subalterna, ma che anzi diventa ancora più evidente nei ceti dirigenti. In quegli esseri umani che sono nutriti sin da piccoli, si potrebbe dire, coi miti del successo a ogni costo e che sono messi in corsa l’uno contro l’altro – come topi appunto – per poi raggiungere quella posizione da cui dovranno allevare una nuova generazione di leader. Sempre più gretti, sempre più incapaci di sentimenti. Sempre meno simili a esseri umani.
Il capitalismo eliminando i vincoli dei precedenti modelli sociali ci ha restituito un’individualità, una natura umana. Questa ritrovata umanità è però un limite allo sviluppo delle forze economiche, per cui il capitale per sopravvivere deve continuamente negare la condizione umana.
La deve piegare alle proprie esigenze.
Ecco che allora la libertà diventa quella del consumatore che sceglie un prodotto piuttosto che un altro. È la libertà di concorrenza. Di sopraffazione.
Ma alla fine queste libertà sono disumane, negano la natura dell’uomo e quindi negano se stesse. E in questo definiscono una delle contraddizioni del capitalismo che non può esistere senza alimentare libertà, ma che al tempo stesso questa libertà deve costantemente contenere, frustrare.  
Se ho capito una cosa in questi anni, è appunto questa: la Sinistra non potrà uscire dalla tragedia del novecento senza comprendere che delle tre parole della rivoluzione francese l’uguaglianza è il mezzo, la fratellanza è il metodo. Ma solo la libertà è il fine. Perché solo la libertà definisce la natura umana. La Sinistra invece che negare questo semplice assunto, dovrebbe piuttosto battersi per una libertà autentica. Perché senza di essa siamo solo topi in gabbia, magari in corsa l’uno contro l’altro. E come diceva Jimmy Reid: le corse di topi sono per i topi, non per gli esseri umani.
E gli esseri umani possono anche essere dei vermi, ma mai dei topi.

Ti sia lieve la terra, Jimmy.


Uno Sposo.

Lasciò cadere morbidamente il vestito sul letto, lo liberò della custodia protettiva e restò a fissarlo per un attimo.
Aveva scelto bene, quel genere di eleganza che ti si avvolge addosso senza appesantire. Senza lasciare traccia.
Si lasciò andare a un sospiro prima di iniziare, lì completamente nudo davanti al suo vestito da sposo .
Inizio con la biancheria di filo di scozia, rigorosamente bianca, facendola aderire al corpo senza che restasse una sola piega, proseguendo poi con le calze. Se le infilò accuratamente come se stesse vestendo un sottile soffio di aria.
Si accese una sigaretta. Osservava il fumo azzurrognolo intrecciare forme quasi antropomorfe nell’aria della stanza, e il contrasto della nicotina con la colonia di cui era imbevuta l’atmosfera poteva sembrare quasi piacevole.
Aspirò un paio di profonde boccate, e in quel gesto sembrava voler riafferrare uno per uno i singoli istanti che lo avevano condotto lì, senza che avesse mai opposto il diaframma della volontà allo scorrere inesorabile del tempo.
In fondo s’era lasciato trasportare, come certi pezzi di legno che sembrano galleggiare da sempre, in attesa di un porto o uno scoglio in cui arenare.
Si rivedeva a baciarla alla fermata del bus, ma non riusciva più a concepire la passione di quella prima volta. E fu allora che un sentimento, come un dolore sordo, gli si insinuò appena sotto il diaframma, e non riusciva a dargli un nome, ma un volto sì.
L’aveva conosciuta appena da pochi mesi eppure gli sembrava di conoscerla da sempre.
Giulia era entrata nella sua vita in punta di piedi, mentre erano entrambi davanti al banco di un libraio. Era una di quelle fiere di paese, come se ne trovano dalle nostre parti in primavera; aveva tra le mani una vecchia edizione di Collodi a colori, una di quelle usate per insegnare a leggere.
Lei era bellissima nel suo abito a fiori e sembrava così intonata alla stagione.
È fu naturale incontrare il suo sguardo e sorridere allo stesso tempo, e veder quel sorriso contraccambiato da un medesimo sentimento, e sapere che tutto questo non doveva succedere.
Ma successe, molte e molte volte dopo quel giorno.
Gli appuntamenti si susseguirono in luoghi inusuali e alle ore più bizzarre, ma lei non gli chiese mai nulla, che non avesse già intuito.
Fino a quell’ultima volta in cui lui le rivelò le nozze imminenti. Lei lo guardò dolcemente spietata, come chi saluta per l’ultima volta. Gli asciugò con un bacio una lacrima solitaria e impotente, e fu il suo addio.
Lo lasciò solo, col capo chino a racimolare quanto restava della sua vita.
Teneva la testa tra le mani e non poteva semplicemente smettere di piangere perché sapeva bene che ci è data una sola vita, per sempre, e non scegliere è l’unico peccato per cui non esista davvero remissione. 
La sveglia suonò, non poteva più tardare a quel punto. Infilò la giacca delicatamente.
Si guardò allo specchio,  lo sguardo ormai spento non trasmetteva più alcuna tristezza.
Lasciò la cravatta dove si trovava, attaccata saldamente al bastone della tenda, dove non aveva trovato coraggio o codardia bastante per fuggire un’ultima volta, con l’anima muta.
Gli invitati erano lì per lui e non sarebbe stato cortese farli attendere oltre.
E fu, finalmente, un morto tra i morti.


Kiss Me Kate

Io e Kate Bush abbiamo avuto una lunga e intensa storia d’amore.
Assolutamente virtuale, purtroppo.
D’altronde lei stava da qualche parte nel Kent, mi sembra, e io da qualche parte nel Veneto con tredici anni di vita – oltre che la Manica – a dividerci.
Resta il fatto che il nostro fu un incontro folgorante: la vidi da dietro il vetro di un negozio di dischi mentre ammiccava dalla copertina dell’album che segnò la mia vera iniziazione al vinile: The Whole Story, ossia tutta la storia, più o meno.
Si trattava di una di quelle raccolte antologiche che oggidì artisti molto meno talentuosi sfornano in media ogni due album di inediti. Con un effetto che a me ricorda tanto il riassunto delle puntate precedenti, sciorinato dalle annunciatrici d’antan.
Kate, al contrario, non ha mai puntato sulla quantità. Quello che avevo tra le mani era né più né meno che la quintessenza di un lavoro geniale e assolutamente spiazzante. Me ne resi conto quando dalle più note, e bellissime, Wutheing Heights e Babooshka passai a canzoni decisamente meno  “facili” come l’ossessiva Breathing o Sat in Your Lap.
Ma c’è una canzone, Experiment IV, che più di tutte sembra esprimere da sola il paradigma delle sue migliori creazioni:

From the painful cry of mothers,
To the terrifying scream,
We recorded it and put it into our machine.

Non c’è altro da dire. Quello che lei crea è musica come lo è l’urlo del pastore nelle Highlands, o come lo è il pianto delle prefiche, o come ancora il suono monotono dei didgeridoo aborigeni. Non aspettatevi ritmi scontati o riff di maniera. Se volete essere confortati nelle vostre abitudini sonore, cercate altrove.
Se vi accostate a lei, fatelo sapendo che quasi sicuramente vi perderete, tra una canzone e l’altra, e alle volte non riuscirete a capire quello che state sentendo o cosa stia dicendo in quella sua lingua totalmente asservita al metro. Non vi basteranno i vostri ascolti precedenti a prepararvi. Ma se avrete pazienza, Kate vi aiuterà a ritrovare la strada che si nasconde sotto l’edera – Under the Ivy – di suoni scomposti, come il tono inconfondibile di un pianoforte che emerge nel mezzo di una sinfonia, dissimile a qualsiasi altro.
Non credo siano possibili mezzi sentimenti di fronte alla musica di Kate. O si odia o si ama.
Mi auguro per voi che riusciate ad amarla.