Kiss Me Kate

Io e Kate Bush abbiamo avuto una lunga e intensa storia d’amore.
Assolutamente virtuale, purtroppo.
D’altronde lei stava da qualche parte nel Kent, mi sembra, e io da qualche parte nel Veneto con tredici anni di vita – oltre che la Manica – a dividerci.
Resta il fatto che il nostro fu un incontro folgorante: la vidi da dietro il vetro di un negozio di dischi mentre ammiccava dalla copertina dell’album che segnò la mia vera iniziazione al vinile: The Whole Story, ossia tutta la storia, più o meno.
Si trattava di una di quelle raccolte antologiche che oggidì artisti molto meno talentuosi sfornano in media ogni due album di inediti. Con un effetto che a me ricorda tanto il riassunto delle puntate precedenti, sciorinato dalle annunciatrici d’antan.
Kate, al contrario, non ha mai puntato sulla quantità. Quello che avevo tra le mani era né più né meno che la quintessenza di un lavoro geniale e assolutamente spiazzante. Me ne resi conto quando dalle più note, e bellissime, Wutheing Heights e Babooshka passai a canzoni decisamente meno  “facili” come l’ossessiva Breathing o Sat in Your Lap.
Ma c’è una canzone, Experiment IV, che più di tutte sembra esprimere da sola il paradigma delle sue migliori creazioni:

From the painful cry of mothers,
To the terrifying scream,
We recorded it and put it into our machine.

Non c’è altro da dire. Quello che lei crea è musica come lo è l’urlo del pastore nelle Highlands, o come lo è il pianto delle prefiche, o come ancora il suono monotono dei didgeridoo aborigeni. Non aspettatevi ritmi scontati o riff di maniera. Se volete essere confortati nelle vostre abitudini sonore, cercate altrove.
Se vi accostate a lei, fatelo sapendo che quasi sicuramente vi perderete, tra una canzone e l’altra, e alle volte non riuscirete a capire quello che state sentendo o cosa stia dicendo in quella sua lingua totalmente asservita al metro. Non vi basteranno i vostri ascolti precedenti a prepararvi. Ma se avrete pazienza, Kate vi aiuterà a ritrovare la strada che si nasconde sotto l’edera – Under the Ivy – di suoni scomposti, come il tono inconfondibile di un pianoforte che emerge nel mezzo di una sinfonia, dissimile a qualsiasi altro.
Non credo siano possibili mezzi sentimenti di fronte alla musica di Kate. O si odia o si ama.
Mi auguro per voi che riusciate ad amarla.

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