Io,Vampiro./2

Il Sorriso della Lamia.

La notte aveva lasciato un sottile velo di nebbia a coprire il campo di battaglia, ed io ero lì, ad aspettare l’aurora.
Avevo ancora tra le labbra il sapore della mia prima preda: uno sciacallo. Troppo intento a depredare cadaveri per accorgersi di quanto fosse vicino a raggiungerli.
Non era pietà che provavo.
Era piuttosto un senso di lontananza, di informe tristezza. Di nostalgia.
Mi ricordai dei nostri vecchi, quando raccontavano di uomini maledetti da Dio e diventati loup-garou, lupi mannari.  Di come una volta morti questi sventurati non trovavano pace, ma anzi si levavano dalla tomba per tormentare i vivi.
E berne il sangue.
Ero uno di loro, adesso. Si diceva non sopportassero la luce del giorno, che si nascondessero negli anfratti più nascosti, spinti dal bisogno di ombra, di buio. Perché anche il più piccolo raggio gli avrebbe annientati.
Albeggiava. Il sole si annunciò da dietro gli alberi.
Mi coprii gli occhi.
– Non finirai in cenere. Se questo è quello che temi. O speri.
Era alle mie spalle, ed io non mi voltai neppure. Semplicemente lo sapevo.
Comunque aveva ragione. Non appena gli occhi si furono abituati alla luce, abbassai la mano.
Era mattino. Ed io non ero morto. Non più di quanto lo fossi già prima.
La fissai come si fissa un carceriere.
– Perché l’hai fatto? Perché mi hai fatto questo? Ero un soldato, un ufficiale, ho più di quarant’anni. Ho servito la Francia per oltre vent’anni con onore. Morire su questo campo era il mio destino. Guardami, ora! Cosa sono? Sono un’ombra destinata a vagare su questa terra fino alla fine dei giorni. Dimmi, che senso ha? Dimmelo, Strega maledetta!
– Hai nostalgia della morte, vero? Fai bene. Sei solo un piccolo uomo. E come tutti gli uomini di questo tempo, pensi di sapere tutto. Ora ti insegnerò qualcosa che ancora non puoi sapere. Ti insegnerò cosa può essere peggiore della stessa morte.
I suoi occhi mi fissavano e il riflesso dell’alba infuocava le sue pupille dandole un aspetto terrificante. Sentii una morsa di freddo orribile al petto, persino peggiore di quello sentito durante l’inverno in Russia.
Caddi per terra bocconi. Mi sembrò come se la pelle fosse invasa da un nugolo di vespe che brulicavano a milioni in mezzo alle mie carni, ai miei nervi.
– E’ questo che vuoi? Sentire il tuo corpo che si consuma? Che marcisce giorno dopo giorno? O accetti il dono che ti ho fatto?
Cercavo di resistere al dolore con tutte le mie forze. Sudavo, mentre il cuore sembrava battere all’impazzata, fino a scoppiare.
Urlai.
Era come se tutta la mia pelle fosse stata immersa nel piombo fuso.
Piansi. Mi vergognavo di non essere più forte. Quindi piansi.
E implorai pietà.
– Te lo chiedo ancora. Solo una volta. Accetti il dono di tenebra?
– Fallo smettere, ti prego, ti scongiuro, fai smettere questa cosa!
– Dillo!
– Basta! Farò tutto quello che vuoi! Te lo giuro! Ma fallo smettere!
E il dolore, semplicemente, cessò.
Si chinò su di me che singhiozzavo. Mi prese tra le sue braccia.
– Ora basta. Non soffrirai più. Calmati.
Mi portò in casa. Mi adagiò sul letto e mi rimase accanto fino a che non mi fui addormentato, sopraffatto dalla spossatezza.
Era indubbiamente bella. Anche se di una bellezza così diversa da quella delle ragazze che corteggiavo nella mia adolescenza.
I lunghi capelli neri le cadevano scomposti in boccoli e onde sul seno, il viso di un ovale quasi perfetto, l’incarnato bianchissimo, le labbra rosse come fragole di bosco, pronte per essere colte.
E infine gli occhi: neri come la notte, ma che nell’ira sembravano lasciar intravedere uno strano riflesso rossastro, quasi fossero di granato.
Passarono le settimane e con esse il fetore di morte che aleggiava sul campo di battaglia si fece meno intenso, fino a sparire.
Lei mi fu accanto, e il terrore e la rabbia col tempo si stemperarono. Io non lo sapevo, ma in questa nuova esistenza non ero che un bambino. E avevo bisogno di una guida.
Giorno dopo giorno, notte dopo notte, lei m’insegnò a seguire la Via del Sangue, a capire come nutrirmi senza uccidere, a sfruttare il potere della Kelesis, la fascinazione, per rendermi invisibile agli uomini e agli animali, e controllare le loro menti.
Mi spiegò che poche delle leggende sugli esseri come noi sono vere. Aglio, biancospino, acqua santa, crocefissi, non valgono a tenerci lontani.
Possiamo camminare in pieno giorno, ma i nostri poteri sono più deboli, fino quasi ad annullarsi, e allo stesso modo non possiamo nutrirci se non dopo il tramonto.
Non ci ammaliamo delle comuni malattie e non invecchiamo, ma nulla in natura è eterno, e un giorno finiremo anche noi. Ma non ci è dato sapere quando.
Nutrirci di persone malate ci indebolisce, ma se non ci nutriamo, rischiamo di cadere nella vivente morte, di diventare nachzehrer, masticatori di sudari.
– Ne hai avuto un assaggio. Ora sai cosa devi temere, è un destino peggiore di qualsiasi morte.
La guardavo e per quanto il suo sguardo rivelasse una maturità e una forza quasi innaturali, il suo aspetto era quello di una ragazza poco più che ventenne.
Non sarebbe stato molto dignitoso per un rude ufficiale guascone con le tempie ingrigite come me, se qualcuno mi avesse visto accettare senza battere ciglio le reprimende di una ragazza di cui avrei potuto essere il padre. La cosa mi avrebbe fatto sorridere se non mi avesse riportato alla mente la mia famiglia.
– Devo far sapere loro che sono vivo. Non c’è più nessuno che pensi ai miei figli.
– È inutile. Scordatene. Tu per loro sei morto. È meglio per loro che continuino a crederlo.
– Come puoi dirlo? Hanno bisogno di me.
– Hanno bisogno di chi eri. Prima. Ora saresti solo un mostro, un fantasma. Se tornassi al tuo villaggio, i tuoi compaesani bigotti ti spiccherebbero la testa da collo senza pensarci due volte. E poi la getterebbero con tutto il corpo in un bel falò in piazza, con tanto di curato a sciorinare benedizioni ed esorcismi. Pensaci.
Non aveva torto.
Mi tornò alla mente la storia della piccola strega, una ragazza creduta seguace del demonio, e per questo orribilmente mutilata prima di essere arsa sul rogo. Accadde più o meno una settantina d’anni prima che nascessi, all’alba del secolo dei lumi.
– E poi? Se anche accettassero quello che sei diventato, accetteresti tu di vedere coloro che ami invecchiare, ammalarsi e morire, uno a uno, senza poterci fare nulla? Senza poter condividere il loro destino? Tutti quelli che ho amato sono polvere ora. Non ricordo più le loro voci. Non ricordo più i loro volti, di taluni ho scordato perfino i nomi. Forse un giorno non ricorderò più neppure il mio. Il nostro destino è di essere naufraghi sull’oceano del tempo.
– Perché mi hai reso come te, allora? Perché?
– Perché mi sentivo sola. Tu eri quasi morto. Non eri più niente. Non eri più di nessuno, neppure di te stesso. Io ho reclamato per me la tua vita. Il mio nome è Αλική, Alice. Ed ero a Costantinopoli quando fu presa dai Turchi. Fu uno di loro a rendermi ciò che sono ora. Lui non esiste più da tanto, tanto tempo.
La guardai. E per la prima volta le sue labbra accennarono un sorriso.

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