Archivi del mese: novembre 2010

Reset.

Prendete un Giovedì sera, uno qualsiasi. 
Aggiungete una piazza, e poi su tutto lasciate diffondere una nebbia sottile. Poco più di una foschia.
Indugiate appena sul canto stonato di un ubriaco. Senza capire cosa dica.
Fissate il tutto con distaccata autosufficienza, come se non vi riguardasse, come se voi non foste una parte del tutto. Visto che lo siete, in fin dei conti. Anche se vi celate dietro lo schermo dell’osservatore, nel momento in cui guardate la realtà la modificate, la condizionate, la crivellate con la vostra stessa esistenza.
Non potete invocare alcuna terzietà.
Non siete neutrali, né neutri.
Siete nel mondo e quindi non potete semplicemente chiamarvene fuori. Anzi, vi rendete conto che questo mondo è dentro di voi, più di quanto voi non vogliate, più di quanto non riteniate necessario al vostro perpetuarvi come oggetti persistenti del sistema.
Vi siete lasciati condizionare, permeare da valori, stili e pensieri altrui.

È tempo di fare un reset.
Di invertire il senso delle cose. Di lasciare che sia il vostro esistere a fluire nella realtà che vi circonda, e non viceversa.
Io oggi ho iniziato. Domani farò meglio. Il giorno dopo anche di più.

E voi?

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Ventisette.

Zolder, 29 Aprile 1984. Tra qualche giorno saranno due anni che questa maledetta pista s’è portata via Gilles. I tifosi della Ferrari non lo hanno scordato. Il Grande Vecchio non ne sarà mai capace, per quanto sarebbe rimasto di quel suo lungo crepuscolo rosso.

Ma questa è un’altra storia, un’altra gara. C’è un ragazzo italiano sulla Ferrari 27, ora. Michele Alboreto. 

E quella macchina è davanti a tutte le altre, sulla griglia. Davanti alle imprendibili McLaren, davanti alla Williams del suo amico Keke, a quella macchina da pole che è la Brabham di Piquet.  Perfino davanti a René, che non è uno fermo, e lui lo sa.

Cosa avrà provato a stare davanti a tutti, sotto quel casco giallo e blu, come quello di Ronnie? Con tutto il mondo a guardare, e un paese intero incollato allo schermo:  un italiano su una Ferrari. E va pure forte…

Alla volte il destino intreccia strane, evocative coincidenze, cui la mia mente razionale cerca di ribellarsi con qualche fatica. Eppure è così: è la prima volta che si corre in quel circuito da quando Gilles non c’è più, e tutto va magicamente bene.

Io ero davanti alla tv quel pomeriggio; una di quelle tv in bianco e nero, che un tempo si mettevano in cucina o sulla roulotte. E mentre sullo schermo piccolissimo si susseguivano i tempi e i distacchi, Michele era sempre davanti a tutti, saltando delicatamente da un cordolo all’altro, con quella freccia rossa da domare. 

Avrei visto ogni sua gara sulla Ferrari, da quel giorno in avanti, compresa la straordinaria vittoria del Nürburgring, ma l’emozione di quel giorno resta unica.

Ricordo tutto: quelle maledette turbine bruciate di fine ’85, l’ottantasei da dimenticare, e infine quel sorriso tirato sul palco di Monza. Non è giusto, lo so, non è neppure corretto, ma ci ho sperato che qualcosa di piccolo andasse storto sull’altra Ferrari e fosse Michele a salutare il Drake, con l’ultima vittoria di una sua macchina.  

Il resto non fu all’altezza del suo immenso talento. E penso ancora che in quello scorcio di anni ottanta non ci fosse nessuno, neppure Ayrton, più veloce di lui. Ma le corse sono belle, non giuste.

Come la vita.

Lo seguivo di tanto in tanto, nella sua seconda vita agonistica, fino alla vittoria nel tempio dell’automobilismo: 24 heures du Mans. Con Johansson, che bello. Ho sorriso, alla faccia di chi gli aveva negato un sedile in formula uno. 

Passò qualche anno. Ricordo di essermi seduto, di aver sentito le gambe molli, mentre leggo dal sito dell’ansa che Michele Alboreto, vice campione del mondo di formula uno 1985, ultimo italiano ad aver vinto con una Ferrari, non c’è più. Se n’è andato guidando un’auto da corsa, da pilota.

Se può mancare qualcuno che si è conosciuto solo da dietro lo schermo di una televisione, allora mi manca. Mi manca non avere più la possibilità di incontrarlo, magari casualmente, per strada, un po’ invecchiato, ma sempre sorridente, e dirgli cosa ha rappresentato per il ragazzino che ero. E ringraziarlo.