Archivi del mese: gennaio 2011

Memorie dell’Apocalisse /2

Ipotesi Medea.

La collettività era irrequieta. Sentiva zaffate di sconforto come una sorda ira impotente, emergere entro un vortice di paure senza nome.
Un tempo i figli delle acque popolavano spiagge e paludi, e uscivano di notte a godere dell’aria fresca, illuminando le ombre con la loro sottile luminescenza.
Ora non ne restavano che poche colonie sempre più distanti, sempre più isolate. Ne avvertiva a malapena l’esistere incerto, e solo nel momento della condivisione, quando i pensieri dei singoli convergevano nel grande fiume per mescolarsi con quelli di tutta la collettività.
Molti dei fratelli si erano già riuniti al mare. Molti presto l’avrebbero fatto.
L’inferno bianco è alle porte.

***

“Credi in Dio?”
“Che razza di domanda è?”
“Rispondi, CREDI IN DIO?“
È da tanto che non si pone il problema. Quella domanda evoca in lui solo l’imbarazzo della prima comunione, quando per poco non si strozzò con la particola, con grande sconcerto del parroco.
“Sono cattolico, per noi la fede è come una malattia esantematica: è bene averla avuta, così ci s’immunizza.”
“Oh, che sollievo, abbiamo un vero scienziato con noi! – porta indietro la schiena, l’espressione fintamente annoiata come di chi si aspettasse quel genere di reazione – E allora, visto che hai appena bevuto alla fonte del razionalismo, dimmi, come te lo spieghi che dal nulla è comparsa un’infezione che non sembra dare scampo né a noi né a qualsiasi vertebrato?” il tono è ironico e acido al tempo stesso.
“Non c’è nulla da spiegare: è una pandemia come ce ne sono state tantissime nella storia dell’umanità e forse della terra. Dobbiamo solo trovare una cura. Sempre che esista.”
“Senti Enrico, lo sai tu e lo so io: qualcosa non torna, non puoi minimizzare. In questo momento si contano almeno 250.000 contagiati, un migliaio in più al giorno. Tra due settimane il ritmo di crescita sarà doppio, tra un mese quadruplo. Finora il tempo di sopravvivenza maggiore dalla comparsa dei primi sintomi è di 16 giorni. Nessuno è sopravvissuto…”
“Cosa c’entra Dio?”
Peers aspira profondamente prima di parlare. “Hai mai pensato che questa sia la fine? ”
“Sì, ti stupirà ma l’ho pensato. – mentre torna a controllare i grafici della spettrometria – Hai mai letto il libro di un certo Peter Ward?”
“No, ma ne ho sentito parlare. È quello dell’Ipotesi Medea. Sostiene che la Terra faccia di tutto per far fuori la vita multicellulare in quanto fonte di squilibrio.”
“Beh, stai semplificando un po’ troppo, in realtà spiegherebbe perché la vita su questo pianeta sia stata per almeno tre volte sul punto di scomparire. Alla fine del Permiano ci siamo andati vicinissimi.”
“Ok, ma cosa c’entra con Azrael?”
“Più di quanto tu creda. E senza scomodare la metafisica.”

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Memorie dell’Apocalisse /1

Presagi.

Era ormai l’alba. I sensi pur offuscati dalla stanchezza non mentivano. Non dormiva da quattro giorni.
Muoveva le membra a fatica, in un’aria fredda, sempre più fredda. Presto il ghiaccio sarebbe arrivato anche lì, se ne poteva sentire l’odore tagliente.
Decise di tornare alla dimora. Gli altri presto si sarebbero nutriti e avrebbero condiviso tra loro sensi e pensieri.
Doveva riunirsi alla collettività. Sentiva il loro richiamo come un ronzio ritmato, pulsante, che si insinuava tra le note gravi del vento.

***

Il dottor Peers consulta i grafici sul suo monitor, e mano a mano che i dati si aggiornano il volto s’irrigidisce progressivamente.
Basta. Gira la sedia verso la finestra. Vuole cercare conforto nella vista del lago. Il paesaggio della Svizzera ha una dolcezza discreta, come i suoi abitanti. È una buona cosa che la sede dell’OMS si trovi qui a Ginevra, ci vorrà tutta la calma del mondo per affrontare quello che ci attende, pensa.
Il prione responsabile è stato isolato solo tre mesi prima: Fatal Interspecies Metabolic Syndrome, o più semplicemente FIMS. Appena ieri duecentottantatre nuovi casi nell’uomo, nella sola Europa.
Mortalità: 100%.
I giornali hanno ribattezzato il prione Azrael, l’angelo della morte.
Appropriato, crede.


Doppelgänger.

Noi non ci pensiamo. Nelle nostre vene, in ogni nostra cellula sono intrappolate infinite gocce di un mare antico, che nessun occhio umano ha mai potuto vedere. 
Il mare che ha visto la prima alba della vita su questo pianeta.
Non ci sarà mai possibile sapere se quel mare fosse blu come quello che possiamo vedere oggi. O se invece fosse, che so, arancione come una zucca o una carota, o viola come una mora o verde come le foglie degli alberi in agosto. O ancora rosso come il nostro sangue.
Quel mare è destinato a restare nascosto dentro di noi, celato sotto pelle e peli.
Non sappiamo se altre forme di vita, magari intelligenti, ci abbiano preceduto, e siano state cancellate nel lento ma inesorabili metamorfosare delle rocce antiche.
Magari esseri con organi e sensi assolutamente diversi dai nostri, guardavano una terra aliena chiedendosi cosa sarebbe stato di tutto quello che avevano costruito, dopo che l’ultimo di loro si fosse arreso a questo nuovo veleno che appestava l’aria. Un veleno che oggi chiamiamo ossigeno.
Se ciò è accaduto, dobbiamo cercare oltre il limite della vita che noi ora conosciamo, in quell’epoca più antica della più antica montagna, che i geologi hanno chiamato Precambriano.

 L’Astrogatore termina il suo viaggio e lascia il posto al suo doppio: Precambriano.it


2011

Il tempo scorre sempre alla medesima velocità
È la nostra percezione a innescare accelerazioni e decelerazioni, a trovare discontinuità là dove esiste solo il regolare sostituirsi di un secondo a un altro
E i bambini saranno sempre lì ad annoiarsi in quei pomeriggi che non sembrano finire mai, e i vecchi poco distanti a lamentarsi di un tempo che scivola lontano, senza lasciare ricordo.
Basta un numero, il variare della cifra in una data, e noi avvertiamo un salto, uno stacco, un vuoto colmato.
Basta una piccola unità che si somma, e di nuovo vediamo le infinite potenzialità del destino ramificarsi dinanzi ai nostri occhi. E in quelle forme annodiamo speranze e paure, dubbi e possibilità, a volte cercando un nuovo inizio, a volte confidando che nulla cambi. Nella costante impossibilità di godersi ciò che, appena cessato di essere futuro, è già passato.
Ma il senso è tutto in quel sottile diaframma, in quell’istante che stiamo vivendo, in quel confine tra attesa e mancanza.
E allora un buon anno è fatto di trecentosessantacinque giorni che valgano la pena di essere vissuti dal primo all’ultimo secondo.
È quello che auguro a tutti voi che leggete.