Archivi del mese: marzo 2011

Viva Comunque l’Italia.

Viva l’Italia.

Per tutti i contadini mandati a morire sul Piave.

O sui sassi del Carso.

Viva l’Italia.

Per i ragazzi andati partigiani sui monti. O prigionieri in un campo.

E mai tornati.

Viva l’Italia.

Per gli operai ammazzati dagli sbirri di Scelba.

O dai fumi di Marghera.

Viva l’Italia.

Per chi ebbe la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato.

Il 12 dicembre o il 2 agosto.

Viva l’Italia.

Per i giudici fatti esplodere in un lampo.

E i poliziotti delle scorte.

Viva l’Italia.

Per chi ha lasciato la vanga per un casco e un piccone.

E ne resta solo una foto.

Viva l’Italia.

Per chi si prende piombo in cambio di uno stipendio.

In Afghanistan oppure a Tivoli.

Viva l’Italia.

Per i pensionati che proprio non ce la fanno.

E le madri e i padri senza lavoro.

Viva l’Italia.

Per chi non si unisce al coro e grida il suo sdegno.

E chi non china la testa.

Viva l’Italia.

Per quanti semplicemente fanno il loro dovere piccolo o grande.

Senza che si sappia il loro nome.

Viva l’Italia.

Per quanti l’hanno disperatamente voluta.

Una, Libera e Repubblica

Viva l’Italia.

Anche se talvolta non se lo merita.

Viva comunque l’Italia.

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Il Principe e il Meccanico.

Odore di olio e gomma bruciata e nell’aria il sibilo alto e selvaggio dei motori tre litri.

Le monoposto di alluminio e acciaio che  brillano sotto il sole dell’estate. Questa era la formula uno quando si sono sposati i miei, nel 1970.

Bella e crudele come non sarebbe più stata.

Bella che ti potevi ritrovare quattro piloti a lottarsi una coppa in un metro.

Crudele al punto da non fermarsi neppure se c’è un ragazzo di vent’anni a bruciare in una macchina riversa.

C’è solo la bandiera a scacchi, e chi te la contende in pista. Il resto non conta.

C’è solo il gran premio.

Gente con la scorza dura, i piloti che affidano i propri sogni e le proprie speranze a cinquecento chilogrammi di metallo per  cinquecento cavalli di potenza. E i meccanici a bere birra mentre montano quella che potrebbe essere la tua bara.

Non è tanto per dire:  Jo Schlesser, Gerhard Mitter,  Martin Brain, Piers Courage, Jo Siffert, e poi Jochen Rindt morto alla Parabolica, che divenne campione alla memoria. Tutti morti tra il 1968 e il 1971.

E infine lo scozzese volante, Jim Clark, un talento purissimo, come non se ne sarebbero visti più fino a Senna. Lui era nella sua epoca  il vero re dei gran premi.  Un destino beffardo ha voluto se ne andasse su una formula due, in una gara minore.

Erano cavalieri di un rischio calcolato, ma assetato di vite.

C’era un che di spietatamente poetico in tutto questo. Storie  di principi sfortunati e belli come divi del cinema, e di re alteri e calcolatori. Di campioni col sorriso e la battuta pronta, che non avrebbero sfigurato al fianco di un David Niven. Di enormi occhiali Carrera e di ancor più impressionanti basette. Di enormi egoismi e generosità non ricompensabili.

Di gioia. Di pudore. Di pianto. Di coraggio.

Di un’amicizia. Tra due uomini diversi come forse sarebbe inimmaginabile.

John Young “Jackie” Stewart, classe ’39. Quando era un bambino, nella Scozia dei primi anni cinquanta, molti pensavano fosse ritardato. In realtà si sarebbe scoperto solo molto più tardi che soffriva di una grave forma di dislessia.

Ma Jackie non si perde d’animo, si inscrive a una scuola professionale, diventa apprendista meccanico e per quella via diventa un pilota. Uno dei più grandi di sempre.

Nel ’66 a Spa-Francorchamps ha un gravissimo incidente, che mette in pericolo la sua vita e cambia le corse per sempre.

Già, perché Jackie nel suo letto d’ospedale non decide di arrendersi e tornare a fare il meccanico. Decide anzi che trasformerà la formula uno per renderla qualcosa di semplicemente più sicuro, più umano.

Certo, lo sapeva lui e lo sappiamo anche noi oggi che se vai a 300 all’ora non c’è calcolo che ti salvi dall’imprevisto.

Ma se c’è chi oggi può raccontare di essere andato contro un muro a duecento all’ora, lo dobbiamo a questo testardo di uno scozzese.

1970.

Jackie, quattro anni dopo essere rimasto intrappolato nella sua macchina piegata in due come una banana, vince il suo primo titolo mondiale, l’anno precedente. Il destino vuole che il compagno di squadra Servoz-Gavin si ritiri alla vigilia del gran premio di Monaco. Ci vuole un sostituto.

Albert François Cévert Goldenberg, 26 anni, di cinque più giovane di Jackie, francese. Figlio di un gioielliere ebreo,  scampò per un soffio alle persecuzioni naziste. Era lui il nuovo compagno del campione scozzese.

Ricco. Bello come un attore. Non c’era ragazza francese che non avesse una sua foto. Dalla vita poteva avere tutto, ma tutta la sua vita la giocò tra pistoni, asfalto, benzina e cronometri.

Perché esiste un demone ad attenderci oltre i duecento all’ora. Quando l’orizzonte si riduce a un punto, e tutto sembra avvenire solo nella tua mente. Quel demone è lì a scacciare chiunque gli si pari davanti. Ma se il demone della velocità incontra qualcuno pronto a guardalo negli occhi, allora vorrà presso di sé quel cuore coraggioso e non lo lascerà più libero.

E così fu anche per François. Si iscrisse per gioco a un corso di pilotaggio, poi vinse il volante Shell, la formula tre, la formula due.

E ora una Tyrrel di formula uno, tutta per lui. Blu, come i suoi occhi.

Correrà con Jackie nel 1970 e nei tre anni successivi. Vincerà una gara. Si dimostrerà veloce. E affamato.

Siamo nel 1973, a Watkins Glen, l’ultimo gran premio della stagione.  Jackie ha già vinto il suo terzo titolo.

È il pilota ad aver vinto più gran premi nella storia, e ci vorranno 14 anni per battere quel record. Vuole smettere. Ne ha già parlato con Ken Tyrrel, il capo della sua scuderia. François sarà la nuova prima guida nel 1974, ma ancora non lo sa.

Come non sa che il demone della velocità lo aspetta alla esse veloce.

Hanno discusso a lungo Jackie e lui su come affrontarla. Jackie dice che va presa in quarta, col motore sotto coppia e la macchina più guidabile. François vuole vincere, ribatte che se sbaglia in quarta perde troppi giri. Quella curva va presa in terza. Lo sa che ci vuole un campione per tenere in pista una macchina che sterza in piena coppia.

Ma lui vuole disperatamente essere un campione. E il suo demone chiede una vittoria.

Scherza con la moglie di Jackie, le manda un bacio da sotto il casco. Abbassa la visiera, rilascia la frizione, dà gas e parte.

Nessuno sa per certo cosa sia successo dopo questo momento.

Quando Jackie torna ai box è pallidissimo e ha lo sguardo fisso all’orizzonte. Come chi volersi lasciare alle spalle un dolore troppo grande.

La Tyrrel di François è accartocciata contro un guardrail alla esse veloce.  Nessuno vedrà mai più il blu dei suoi occhi.

Quando la moglie di Jackie riparla di quel giorno ha la voce rotta anche se sono passati più di trent’anni.

Io non so se c’è una morale in tutto questo. Kipling forse direbbe che dobbiamo farci guidare, non dominare dai nostri sogni.  A me non piace Kipling.

Preferisco pensare che la vita alle volte esige un prezzo molto alto.

Se non sei disposto a pagarlo, per cosa vivi?

François Cévert (Parigi, 25 febbraio 1944 – Watkins Glen, 6 ottobre 1973)


Istantanea.

Inaspriti dall’insonnia dell’anima,

Ci scopriamo ad archiviare speranze

Date in pegno a una vita distratta,

Date in cambio di un onesto riparo:

Una ridotta di sguardi fugaci.

Chi offre la gola. Chi offre il coltello.

Chi una coscienza di latta.

E per tutti un solo tempo.

Un solo spazio.