Archivi del mese: settembre 2011

Sotto la pioggia di Settembre.

Caldo, afa e tollerabilità ai minimi storici. Consulto la finestra indeciso se prendere o no la borsa e santificare l’ultimo giorno di piscina dell’estate.

Ma il meteo non concorda, e mi sfida con una pioggerellina dall’aspetto autunnale.

Dubbioso, resto per un secondo come assorto nella catatonica contemplazione del fumo che si alza dal mio the.

Appoggio la tazza e sono già con indosso scarpe, pantaloncini e maglietta che scendo le scale.

Un po’ di allungamenti e poi via per le stradine di campagna. Dopo pochi minuti la maglia bagnata aderisce contro la pelle. E’ fresca. Sembra quasi una cosa viva, appoggiata appena sopra il mio cuore.

Guardo attorno un paesaggio inusuale, quasi alieno. Le forme sono come private della loro naturale consistenza e gli alberi, le case, l’argine sembrano stingersi in un acquerello.

Su tutto domina, distribuita su varie tonalità, una tinta franca, a mezza strada tra grigio azzurro e verde.

Ho avuto davanti quei colori tante volte, ma i miei occhi non erano lì per vederli.

Si nascondevano dal cielo sotto un ombrello, oppure erano trasportati via, nella fretta delle otto e mezza di mattina.

Alla fine tra un respiro e l’altro ho capito. Ho capito che non esiste un Bello pronto per essere consumato, come i fazzolettini di carta. Quello che spacciano oggi giorno non è il Bello, sia pure una top model, un gioiello, una macchina o chissà cos’altro. Quello è solo una specie di coca-cola dell’anima, sembra dissetare, ma alla fine ti lascia più sete di prima.

La vera bellezza è tutta nelle parole di un vecchio scultore giapponese che vive a Milano, Kengiro Azuma.

Dobbiamo essere come dei bicchieri vuoti per capire la bellezza.

Se sei vuoto sei pronto a ricevere, a farti stupire.

Se sei pieno, pieno di te stesso, del tuo lavoro, delle tue paure, di tutte le tue convinzioni che non lasciano spazio al dubbio, se sarai così non potrai godere della bellezza.

E soprattutto non sarai in grado di concepire sproloqui in preda all’ipossia.

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Onde.

Venne la prima onda

E portava visi di persone perdute e un suono lontano come di feste passate,

Ma non avevo tempo per questo.

E venne un’altra onda

Intrisa di fumo e fuoco e dolore come di pelle bruciata che si spacca al sole,

Ma non volevo fermarmi a vedere.

E venne l’ultima onda

Aveva il colore del sangue giovane e un profumo come di viole raccolte in montagna,

Tremai mentre le raccoglievo

Con le mani nude.