Archivi del mese: ottobre 2011

IO SONO CATTIVO.

Lasciar andare è la quotidiana igiene del tempo.

Lasciar andare le nostre persone, quelle che furono importanti e ora non possono o non vogliono più esserlo. E ancora di più lasciarsi alle spalle le possibilità irrealizzate, le fughe dell’anima verso orizzonti che semplicemente non ci attendevano.

Lasciar allontanare nell’ombra quella figura che ci ha incuriosito per qualche mattino, mentre facevamo colazione fianco a fianco, senza che nessuno dei due avesse mai avuto coraggio, o forse voglia sufficiente, per accennare a qualcosa più di un saluto. E che ora non vediamo più, ricacciata dalle correnti del destino in chissà quale gorgo lontano.

Lasciar andare i sentimenti, quelli cui siamo più affezionati perché ci definivano e ci donavano un senso, molto tempo fa, ma ora sono solo una scusa.

E infine lasciar scolorire i ricordi, anche quelli più belli. Perché ci distraggono da una semplice e invincibile verità: la vita ci precede sempre di qualche passo. Se ci fermiamo troppo a guardare indietro, rischiamo di perderla di vista.

Sono davvero strani i pensieri nascosti in un caffè, sembrano saltar fuori a piccoli grappoli come le bolle sulla sua superficie, mentre lo mescoli.

Ma lasciar andare quello che avevo dentro era davvero difficile. Davanti il mio caffè, di fianco una mail del responsabile risorse umane: è con estremo rammarico che vista la grave crisi in cui versa l’azienda, ci vediamo costretti a privarci della sua preziosa collaborazione e bla bla anni di straordinari risultati e bla bla siamo certi che vorrà comprendere la nostra posizione e bla bla con immutata stima e bla bla.

Bla.

Che tradotto starebbe a dire: accetta la cifra che ti proponiamo, oppure troveremo il modo di avere le tue dimissioni. Stanne certo.

Sì, c’era stato un signor Rossi che non “aveva compreso la loro posizione”, qualche anno fa.  L’avevo pure conosciuto. Brava persona. Forse un po’ testarda.

Lo misero dietro una scrivania vuota, in una stanza vuota, in un capannone vuoto.

Senza nulla da fare per otto ore al giorno.

Per tre anni.

Sì, alla fine le diede le sue dimissioni. Dal parapetto di un viadotto.

Io no. Io sono cattivo. Ma questo loro non lo sanno, e forse lo avevo scordato pure io, in tutti questi anni.

Tornai a casa, quella casa che molto probabilmente – senza i soldi per pagare il mutuo – tra non molto mi avrebbe lasciato. Una separazione che avrebbe sicuramente giovato più a lei che a me. Almeno a giudicare dallo strato di polvere sui mobili.

Certo ero triste, in qualche modo abbattuto. Ma non depresso.

Odiavo quella parola.

Hanno istituzionalizzato, medicalizzato, incasellato tutto. Non c’è più nessuno della mia generazione che sia triste, o abbattuto, o magari demoralizzato, o peggio in preda allo sconforto.

I miei coetanei, quando sono giù, usano una sola espressione: sono depressi.

Dopo aver condizionato i nostri bisogni al punto da decidere le forme e i colori di ogni desiderio, ora ci hanno perfino tolto il sacrosanto diritto alla tristezza. Già, perché la tristezza è un intralcio al rendimento, alla produttività. E allora la tristezza diventa un’anomalia, una patologia da comprimere, rimuovere, occultare alla vista. Da curare.

No signori, io se lo sento voglio poter essere triste. E della mia tristezza sono contento, perché è in essa che so misurare il confine della felicità. Come farei a distinguere il pieno senza conoscere il vuoto, o la luce senza il buio.

Tenetevi le vostre belle parole moderne, i vostri divanetti comodi e le vostre pillole.

Io ho di meglio. Ho una Walther modello P38.

Sì, proprio quella. Quella degli anni ’70.

Giocavo a fare il rivoluzionario, una volta. E un vecchio partigiano senza figli mi prese a ben volere a tal punto da regalarmela. Una sorta di passaggio del testimone. Lui l’aveva presa a un tedesco che aveva steso quando era gappista nella bassa.

Tutte le volte che raccontava l’episodio trovava il modo di aggiungere qualche particolare truculento alla narrazione, forse un effetto della sua successiva carriera di pescatore domenicale, ma – tant’è – la storia acquisiva toni via via sempre più pulp.

La cosa in sé non mi dispiaceva.

Trovavo solo un po’ sopra le righe un certo particolare introdotto nelle ultime versioni del racconto: la lingua che ricadeva fuori dalla gola tagliata. Una specie di cravatta alla moda dei colombiani. Penso l’abbia visto o sentito da qualche parte, e si vede che l’espediente narrativo gli era talmente piaciuto da diventare un pilastro della trama.

Un suo vecchio compagno mi riportò una versione notevolmente meno eroica dei fatti.

Ma non bisogna rovinare una buona storia.

Era tempo che tirassi fuori quella vecchia pistola.

Spostai la pietra del camino dietro cui l’avevo nascosta. La scatola di legno era avvolta in un panno di colore indefinito, anche se lo ricordavo rosso, ci tenevo allora. La pistola era all’interno, coperta da uno straccio pregno di grasso per macchine. La liberai e tolsi frettolosamente gli eccessi di grasso dal metallo.

La scarrellai. Sembrava in ordine, ma volli comunque smontarla e pulirla accuratamente.

Non l’avevo mai usata. Non contro qualcuno, almeno. Qualche anno prima ero entrato in un gruppetto deciso a cambiare il mondo. Ma non ero neppure riuscito a formalizzare la mia adesione che i capi videro bene di scappare con i soldi dell’organizzazione in Francia. Ero in ritardo perfino sulla lotta armata.

Il momento giusto per una personale ritirata strategica. Il muro di Berlino sarebbe caduto di lì a un paio d’anni. Meglio trovare un bel posto sicuro, in fin dei conti ero pur sempre un ragioniere.

E tutto ebbe modo di stingersi nel comodo grigiore degli anni che avanzano.

Non avevo mai aspirato alla ricchezza, mi sarei tranquillamente accontentato del soffice anonimato che l’ufficio legale di una grande azienda mi garantiva. Alla fine mi ci ero perfino affezionato a quella normalità. Non chiedevo altro.

Fino a quel giorno.

Qualcuno ha scritto: guardati dall’ira dei miti. Forse un po’ troppo pomposo, ma rende. Personalmente sono curioso di vedere negli occhi quelli che mi ritenevano assolutamente innocuo.

Mentre punto la canna della pistola dritta al loro cervello.

La mattina dopo so già cosa fare. Doccia, mi rado, indosso giacca e cravatta. Ci tengo alla forma.

Entrare in ufficio non è pratico, i colleghi sanno che sono stato licenziato. Meglio andare al solito bar. Presidente, direttore generale e capo del personale vanno sempre lì in pausa pranzo, insieme. Tre al prezzo di uno, un buon affare, non c’è che dire.

Devo essere veloce, però. La sera prima ho riprovato da solo la sequenza di fuoco. Mi avvicino al tavolino dal lato in cui c’è una sedia libera. Tengo la P38 sotto la giacca col colpo in canna, così da non doverla estrarre. Primo colpo a destra, poi a sinistra e infine di fronte. Devono essere a metà del pranzo, mentre mastichi sei fatalmente più vulnerabile. Il capo del personale, poi, è di quegli omuncoli che si dimostrano strafottenti con i sottoposti per ingraziarsi i superiori. Una bella persona insomma. Aspetterò che faccia la sua immancabile battuta. Uno che ride a bocca piena è ancora più vulnerabile.

Spero solo non s’inceppi. La pistola intendo. Sarebbe meglio un revolver per queste cose, ma non c’è tempo per certi ripensamenti.

Sento i secondi scorrere sulla mia pelle come vibrazioni di un diapason, uno per uno. Ho il fiato corto e il polso accelerato, mentre accendo la macchina, la mano che aziona la chiavetta inizia a tremare. Non va bene.

Torno in casa e cerco un alcolico, qualcosa di forte. Disgraziatamente nel mio bar campeggiano solo i liquori ereditati dai miei. Afferro una bottiglia vuota a metà di grappa e me ne verso un generoso bicchiere.

Lo trangugio come si vede nei film. La sensazione dell’alcol a contatto con le mucose è più o meno quella di una colata di piombo fuso su una mano. Per un attimo smetto di respirare. Poi il bruciore si calma e mi sento d’un tratto nuovamente sereno, come se tutto il mio corpo fosse stato riposto in caldo nido di ovatta. Forse ho esagerato. Sarebbe davvero disdicevole partire per una strage e farsi fermare per guida in stato d’ebbrezza. Senza contare la multa.

Ma poi cosa m’interessa di una multa? Devo ammazzare tre persone e mi preoccupo della municipale? Non credo di avere più il pieno controllo di me. Non è detto sia un male. Forse non tengo benissimo la strada, ma almeno non tremo.

Mi avvicino alla mia meta quasi di buon umore. D’improvviso però Debora, una mia collega, mi si fa incontro. È sconvolta. Tra i singhiozzi mi spiega che un altro collega, uno della logistica, sembra avesse scoperto una tresca tra la moglie e il direttore generale, e abbia quindi deciso di affrontarlo.

Con un Ak 47.

Tra me e me sento salire un po’ di invidia per tanta professionalità.  Solo che proprio quel giorno il direttore generale non c’è. È a un convegno col capo del personale e il presidente.  Ecco che una specie di riso amaro sta per impadronirsi del mio diaframma, quando capisco perché Debora si agita come una pazza.

Dal fondo della via vedo comparire una figura famigliare.

Ma c’è qualcosa che non mi torna. Perché Gianni impugna un mitra?

È solo un attimo, un sottile quanto temporale in cui i neuroni si guardano straniti tra loro, prima di gridare un solo comando a tutto il tuo corpo. All’unisono.

Scappa!

Sì io ho una pistola, un vecchio residuato che forse potrebbe ancora miracolosamente sparare. Forse.

Intanto inizio a correre, ma la corsa è stranamente affannosa. Come se la strada sotto i miei piedi si fosse trasformata in una qualche specie di sostanza morbida e appiccicosa. Lo sento sempre più vicino. Sento il suo ansimarmi addosso, inesorabile.

Inizio a sprofondare nel terrore. E faccio la sola cosa l’istinto ti consenta quando tutto è perduto. Un istinto iscritto milioni di anni fa nel nostro codice genetico. In qualche modo è il segnale a tutti i miei simili che sto per essere sopraffatto da un pericolo mortale.

Urlo, con tutte le mie forze.

O almeno vorrei farlo, se solo avessi voce. Perché dalla mia gola non esce nulla. O meglio, esce solo un mugolio flebile e monotòno. Per un attimo mi sento come cadere.

Atterro. Sul mio letto. Sono madido di sudore.

Guardo la sveglia, sono le cinque e mezza. Mi infilo la vestaglia e vado in cucina. La mail non c’è.

Non sono stato licenziato. Era solo un incubo.

Tornare a letto non ha senso. Mi preparo un caffè.

Arrivo in ufficio di pessimo umore. Nulla di nuovo. Mi siedo alla mia scrivania e chi ti vedo? Gianni che mi viene incontro con un sorriso che non mi piace, e mi chiedo cosa voglia – Sai che ti ho sognato stanotte? – io, dissimulando la sorpresa – Spero fosse un sogno con molte ragazze, molto giovani e molto disinibite. – No davvero, ti stavo sparando, con un mitra. Tatatata… però non ti ho preso. Forse, chissà, stanotte.

Cerco di distogliere i miei occhi dal suo sguardo, ma mi è impossibile.

Il suo sorriso si fa d’improvviso sinistro e maligno. Nei suoi occhi color cenere vedo lo stesso lampo di follia che mi aveva gelato il sangue quella notte.

E io grido.

Grido in ambulanza.

Grido in ospedale.

Grido di fronte ai dottori.

Talvolta grido ancora.

Soprattutto di notte.

Annunci