Archivi del mese: novembre 2011

Mestre.

Avrò avuto sette o otto anni.

Abitavo a Mestre, allora. E Mestre era il lato banale di Venezia. Nessuno diceva: sono stato a visitare Mestre. Venezia si prendeva ogni attenzione.

Ma Mestre era la mia casa. Via Montenero, laterale via Piave. Di fronte c’era un bar, dove campeggiava l’insegna dell’ITALA PILS. Ci giocavano a carte, penso, ma per me era il posto dove si andava per comprare i gelati.

E il gelato era uno solo: coppa bigusto. Vaniglia e cioccolato.

Quando comparve anche quella fragola e limone, sulle prime, sembrò una cosa esotica e misteriosa. Penso di aver fatto più di una scenata ai miei per averla. Per poi scoprire che preferivo vaniglia e cioccolato. Ma questo gusto per le novità mi sarebbe rimasto anche dopo l’infanzia.

Nonno, no. Lui era abitudinario per natura.

In tutti gli anni che abbiamo passato insieme, non l’ho mai visto mangiare qualcosa di diverso dal ricoperto. Mi ci sono provato a tentarlo talvolta con un pralinato. Ma lui era irremovibile: o ricoperto o nulla.

E tutt’intorno Mestre.

Mestre per me era il cielo perennemente grigio per i fumi della Montedison.

Mestre erano i krapfen presi al forno, a cui Mamma toglieva puntualmente la crema. Perché non le piaceva.

Mestre era la televisione in bianco e nero, dove si poteva vedere Goldrake, prima di cena. È in quello schermo bombato che un pomeriggio vidi una figura bianca dentro un’auto. Aldomòro. In casa lo chiamavano così, nome e cognome. Io pensavo fosse un tutt’uno.

Sembrava dormisse.

Mestre erano gli Zii di Parma che venivano a trovarci e dormivano in salotto. Li vedevamo poco e quando venivano era sempre una festa.

Mestre era la tazza di caffè per mio Nonno che andava a lavoro. A Marghera. Mia Nonna gliela allungava con l’orzo. Perché a lui il caffè piaceva nero, senza latte. Ma aveva avuto la trombosi e doveva starci attento.

Mestre erano quei lampioni che pendevano in mezzo alla strada, appesi con un cavo ai palazzi dai due lati. Me li ricordo scorrermi sopra e illuminare il lunotto posteriore della Fiat 124 di Papà. Era rossa.

Non ricordo dove fossimo stati, ma era piovuto da poco, perché c’erano ancora le gocce sui vetri.

Io ero coricato sul sedile dietro. C’era un odore di petrolio schietto che veniva dalla simil-pelle nera degli interni.

Le luci intanto cadenzavano un ritmo continuo, senza accelerazioni. Come il tempo.

Quasi non ricordo più la voce di mio Nonno. Capita quando qualcuno se n’è andato da tanti anni. Tu cerchi di ricordarne la voce, e fai fatica. Sempre di più.

Ci sarà un giorno in cui proprio non ci riuscirò. Anche se non mi piace, non ci potrò fare nulla.

Ma quell’odore di plastica di bassa qualità lo ricordo ancora distintamente.

Vorrei tanto fosse il contrario.


Dilaila e la Nebbia.

[Note a margine del concerto parmigiano dei Dilaila alla Giovane Italia.]


Prendiamo una sera di nebbia fitta. Di quelle che fanno malissimo alle ossa e benissimo ai culatelli.
Ma io, nella mia prometeica sfida agli elementi, inforco la macchina. A Parma c’è un concerto dei Dilaila. O di Dilaila. Ci faremo chiarire il dubbio da Dilaila medesima, mi dico.
Antefatto.
Qualche tempo prima, durante le mie vagolazioni librofaccesche, incappo in un nome evocativo: Dilaila appunto, accompagnato da un’altrettanto evocativa quanto enigmatica immagine di una graziosa fanciulla, intenta a fare a fette un pesce.
Che il nome compaia tra i musicisti preferiti da Max Collini – voce narrante e poetica pulsante degli Offlaga Disco Pax – mi sembra un’ottima garanzia.
Approfondisco.
Gli ascolti confermano la mia consonanza estetica col suddetto Collini.
Mi piacciono questi  – o questa  – Dilaila.
Passa un po’ di tempo. Sulla mia bacheca compare il seguente annuncio: Parma Sabato 19 novembre, alla Giovane Italia suonano i – o la, mi si perdoni l’uso dialettale dell’articolo – Dilaila.
Ci devo andare.
E qui ritorniamo alla nebbia. Affronto i venti chilometri abbondanti di strada che mi separano dalla Giovane Italia, navigando con circospezione nella nebbia “che sembra di essere dentro a un bicchiere di acqua e anice, eh già”, come direbbe l’inarrivabile Paolo Conte.
Imbarco una malcapitata amica cantante che decido di coinvolgere nelle mie peregrinazioni attraverso la scena indie italiana, e ci rechiamo sul posto. In orario, che sarebbe a dire in largo anticipo, ma non sottilizziamo.
Il concerto inizia dopo qualche tempo. La formazione è un trio. Piano elettrico, chitarra e lei, che scoprirò solo in seguito essere l’eponima Dilaila, al secolo Paola Colombo.
Paola è letteralmente un raggio d’estate in pieno inverno. E non parlo solo del fatto che abbia lasciato scarpe e maglione a casa.
La voce rivela sensibili, e credo volute, assonanze interpretative con le migliori cantanti italiane degli anni ’60. L’effetto vagamente retrò che ne scaturisce è carezzevole, senza mai scadere nella banalità. Le melodie poi ci restituiscono la freschezza di quell’universo musicale, che meriterebbe forse un’opera d’intelligente citazione – come fatto con grande eleganza dai Dilaila – piuttosto che l’ennesimo stanco revival in salsa sanremese.
Il tributo a Patty Pravo è perfino dichiarato in una coinvolgente e gradevolissima interpretazione di “Il Paradiso”.
Il concerto è però un condensato della produzione del gruppo, a partire dall’ultimo album “Ellepi” che contiene la bellissima “Pensiero”, che ho visto cantare sottovoce da più di uno spettatore. Me compreso.
Ma non vanno scordate neppure “Sapore di Sangue” e “Settembre”, altre due perle dell’ultimo album, con cui si è aperto il concerto.
E poi, prima della fine, un ultimo regalo: Contessa dei Decibel. A momenti mi metto a ballare.
Sono davvero bravi questi Dilaila. Alla fine dell’esibizione lo dico anche a loro, acquistando l’intera discografia (3 cd).
Con Frank Zappa avrei fatto più fatica.
Non sono invece riuscito a chiarirmi come si debbano chiamare: i Dilaila? O semplicemente Dilaila?
Credo mi terrò il dubbio fino al prossimo concerto da queste parti.
Cui non intendo mancare.


L’impero circolare della brezza.

Quella che trovate qui sotto è una delle prime cose che abbia mai scritto, più o meno vent’anni fa. All’epoca assegnavo alla parola un valore e un peso ben maggiore di quanto non faccia oggi. La saggezza – che poi è solo la vecchiaia sotto altro nome – lascia cicatrici profonde anche in quello che scriviamo. E’ inevitabile. Per molto tempo ho pensato di tenere solo per me questi poco più che esercizi di una lingua ancora acerba e troppo preoccupata delle altrui opinioni. Se non fosse che qualche giorno fa, in una chiacchierata con una mia amica, il discorso è caduto sul ruolo della scrittura nelle nostre rispettive vite di non-scrittori. E mi è venuta voglia di mostrarle come scrivevo quando avevo la metà dei miei anni. L’immagine che ne risulta assomiglia a quelle foto in cui mi vedo quasi imberbe e un po’ più innocente, e non so scegliere tra la nostalgia per ciò che ero, e il sollievo di non essere più così.

***

E vola, vola onda della notte.

Scende adagiandosi tra morbide decadenze, quasi di terra o fango, ne esige le forme per i contorni, entro limpidi fremiti d’acqua, penetra il cielo nel proprio pulsare e lo corruga del labile illuminarsi di rosee rincorse.

E chiude il cerchio con soffici tocchi.

E più debole, sempre di più, vittima ostinata del languido estinguersi di vecchi tempi in nuovi e più stretti, s’insinua tra essi una finestra di segreti notturni e velati.

E nuovi circoli tornano vecchi.

E lineare e liscio e fisso nel proprio pallore di morte muffe su gesso o ninfee timidamente putride, un volto di bellezze plasmate al passato, che s’estingue in verdi striature incerte e nuvole d’invisibile inquietudine, che mai raggiungono il fondo.

Ma tutto domina e chiede per sé

l’impero circolare della brezza.

[Apr. 1991]


La passante.

Sei tu, appena oltre il vetro.

Ti guardo di sfuggita, mentre sfili nel paesaggio.

Alzo il piede dal pedale.

Il motore non gradisce.

Anzi singhiozza.

Vorrei perdermi nei tuoi occhi.

E far felice il carrozziere che osserva speranzoso.

Ma ho questa strana intolleranza.

Alle responsabilità.

Civili e Non.

Poi somatizzo il bonus malus.

Allora meglio se guardo avanti.

E tu nella mia vita sei solo una passante.


(non) sono versi

No io non faccio poesia
Non ne sono più capace
Non fatevi ingannare dalla forma
Non sono versi
È solo pigrizia
E poca dimestichezza
Coi margini di pagina
Le rime poi
Non mi vengono mai
Non sono un rapper
E non lo dico con orgoglio
È forse solo la scusa per scrivere strafalcioni
E rifugiarsi in una licenza
Di caccia all’altrui attenzione
Ma sono sempre quello
Che Serendipità era una malattia tropicale
Dell’umore
Solo che ora il metro io lo uso
Per misurare le cose
E non per raccontare
Cerco semplicemente
Di far traspirare il pensiero
A fine giornata
E come per tutte le traspirazioni
Non sempre il risultato
È gradevole
È una funzione fisiologica necessaria
Serve a liberare dalle tossine della vita
Moderna
Anche se pare quasi strano
Usare un aggettivo estetico
Novecentesco e ottimista
Che sa di prospettiva
Per descrivere questo penoso
Stato
Che non è – purtroppo – solo il participio passato
Di essere e stare
Ambiguità lessicale
Non proprio innocente
Dice molto del nostro modo di pensare
Che è meglio muoversi poco
E ancor meno farsi notare
Per esistere
Verbo ozioso e un po’ imbelle
Al quale sempre ho preferito
Resistere
Sarà per quella erre iniziale
Così francese


Il quaderno da notte.

Accade sempre di notte.

Come se nel buio che avvolge i sensi

I pensieri potessero farsi largo nello spazio circostante

E quasi stiracchiarsi

Dopo essere rimasti rinchiusi nel monolocale troppo angusto del cervello

Tutto il giorno.

E in questa provvisoria liberazione

Le idee si ramificano s’incrociano si annullano si accoppiano e s’ingravidano

Come un’allegra popolazione d’indisciplinati folletti.

E io non devo fare molto

Se non aspettare che le sensazioni impalpabili trovino loro stesse le parole

Una per una.

Alle volte approvo entusiasta

Altre ancora mi scopro a nicchiare dubbioso

E la povera intuizione evapora per l’imbarazzo.

Il problema è che sono troppo pigro

E non c’è mai un blocco per appunti vicino alla sveglia.

Tutte le sere appena prima di assopirmi me lo dico:

Portati qualcosa per scrivere

Mentre dormi.

E in quel momento sembra un’ottima trovata

Fino al mattino dopo

Quando penso di aver scritto qualcosa in un blocco che era lì solo un momento fa

Come tutte le frasi

Cancellate dal giorno.