Dilaila e la Nebbia.

[Note a margine del concerto parmigiano dei Dilaila alla Giovane Italia.]


Prendiamo una sera di nebbia fitta. Di quelle che fanno malissimo alle ossa e benissimo ai culatelli.
Ma io, nella mia prometeica sfida agli elementi, inforco la macchina. A Parma c’è un concerto dei Dilaila. O di Dilaila. Ci faremo chiarire il dubbio da Dilaila medesima, mi dico.
Antefatto.
Qualche tempo prima, durante le mie vagolazioni librofaccesche, incappo in un nome evocativo: Dilaila appunto, accompagnato da un’altrettanto evocativa quanto enigmatica immagine di una graziosa fanciulla, intenta a fare a fette un pesce.
Che il nome compaia tra i musicisti preferiti da Max Collini – voce narrante e poetica pulsante degli Offlaga Disco Pax – mi sembra un’ottima garanzia.
Approfondisco.
Gli ascolti confermano la mia consonanza estetica col suddetto Collini.
Mi piacciono questi  – o questa  – Dilaila.
Passa un po’ di tempo. Sulla mia bacheca compare il seguente annuncio: Parma Sabato 19 novembre, alla Giovane Italia suonano i – o la, mi si perdoni l’uso dialettale dell’articolo – Dilaila.
Ci devo andare.
E qui ritorniamo alla nebbia. Affronto i venti chilometri abbondanti di strada che mi separano dalla Giovane Italia, navigando con circospezione nella nebbia “che sembra di essere dentro a un bicchiere di acqua e anice, eh già”, come direbbe l’inarrivabile Paolo Conte.
Imbarco una malcapitata amica cantante che decido di coinvolgere nelle mie peregrinazioni attraverso la scena indie italiana, e ci rechiamo sul posto. In orario, che sarebbe a dire in largo anticipo, ma non sottilizziamo.
Il concerto inizia dopo qualche tempo. La formazione è un trio. Piano elettrico, chitarra e lei, che scoprirò solo in seguito essere l’eponima Dilaila, al secolo Paola Colombo.
Paola è letteralmente un raggio d’estate in pieno inverno. E non parlo solo del fatto che abbia lasciato scarpe e maglione a casa.
La voce rivela sensibili, e credo volute, assonanze interpretative con le migliori cantanti italiane degli anni ’60. L’effetto vagamente retrò che ne scaturisce è carezzevole, senza mai scadere nella banalità. Le melodie poi ci restituiscono la freschezza di quell’universo musicale, che meriterebbe forse un’opera d’intelligente citazione – come fatto con grande eleganza dai Dilaila – piuttosto che l’ennesimo stanco revival in salsa sanremese.
Il tributo a Patty Pravo è perfino dichiarato in una coinvolgente e gradevolissima interpretazione di “Il Paradiso”.
Il concerto è però un condensato della produzione del gruppo, a partire dall’ultimo album “Ellepi” che contiene la bellissima “Pensiero”, che ho visto cantare sottovoce da più di uno spettatore. Me compreso.
Ma non vanno scordate neppure “Sapore di Sangue” e “Settembre”, altre due perle dell’ultimo album, con cui si è aperto il concerto.
E poi, prima della fine, un ultimo regalo: Contessa dei Decibel. A momenti mi metto a ballare.
Sono davvero bravi questi Dilaila. Alla fine dell’esibizione lo dico anche a loro, acquistando l’intera discografia (3 cd).
Con Frank Zappa avrei fatto più fatica.
Non sono invece riuscito a chiarirmi come si debbano chiamare: i Dilaila? O semplicemente Dilaila?
Credo mi terrò il dubbio fino al prossimo concerto da queste parti.
Cui non intendo mancare.

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