Mestre.

Avrò avuto sette o otto anni.

Abitavo a Mestre, allora. E Mestre era il lato banale di Venezia. Nessuno diceva: sono stato a visitare Mestre. Venezia si prendeva ogni attenzione.

Ma Mestre era la mia casa. Via Montenero, laterale via Piave. Di fronte c’era un bar, dove campeggiava l’insegna dell’ITALA PILS. Ci giocavano a carte, penso, ma per me era il posto dove si andava per comprare i gelati.

E il gelato era uno solo: coppa bigusto. Vaniglia e cioccolato.

Quando comparve anche quella fragola e limone, sulle prime, sembrò una cosa esotica e misteriosa. Penso di aver fatto più di una scenata ai miei per averla. Per poi scoprire che preferivo vaniglia e cioccolato. Ma questo gusto per le novità mi sarebbe rimasto anche dopo l’infanzia.

Nonno, no. Lui era abitudinario per natura.

In tutti gli anni che abbiamo passato insieme, non l’ho mai visto mangiare qualcosa di diverso dal ricoperto. Mi ci sono provato a tentarlo talvolta con un pralinato. Ma lui era irremovibile: o ricoperto o nulla.

E tutt’intorno Mestre.

Mestre per me era il cielo perennemente grigio per i fumi della Montedison.

Mestre erano i krapfen presi al forno, a cui Mamma toglieva puntualmente la crema. Perché non le piaceva.

Mestre era la televisione in bianco e nero, dove si poteva vedere Goldrake, prima di cena. È in quello schermo bombato che un pomeriggio vidi una figura bianca dentro un’auto. Aldomòro. In casa lo chiamavano così, nome e cognome. Io pensavo fosse un tutt’uno.

Sembrava dormisse.

Mestre erano gli Zii di Parma che venivano a trovarci e dormivano in salotto. Li vedevamo poco e quando venivano era sempre una festa.

Mestre era la tazza di caffè per mio Nonno che andava a lavoro. A Marghera. Mia Nonna gliela allungava con l’orzo. Perché a lui il caffè piaceva nero, senza latte. Ma aveva avuto la trombosi e doveva starci attento.

Mestre erano quei lampioni che pendevano in mezzo alla strada, appesi con un cavo ai palazzi dai due lati. Me li ricordo scorrermi sopra e illuminare il lunotto posteriore della Fiat 124 di Papà. Era rossa.

Non ricordo dove fossimo stati, ma era piovuto da poco, perché c’erano ancora le gocce sui vetri.

Io ero coricato sul sedile dietro. C’era un odore di petrolio schietto che veniva dalla simil-pelle nera degli interni.

Le luci intanto cadenzavano un ritmo continuo, senza accelerazioni. Come il tempo.

Quasi non ricordo più la voce di mio Nonno. Capita quando qualcuno se n’è andato da tanti anni. Tu cerchi di ricordarne la voce, e fai fatica. Sempre di più.

Ci sarà un giorno in cui proprio non ci riuscirò. Anche se non mi piace, non ci potrò fare nulla.

Ma quell’odore di plastica di bassa qualità lo ricordo ancora distintamente.

Vorrei tanto fosse il contrario.

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