Archivi del mese: dicembre 2011

Topologia Temporale.

Non sono sempre a tempo.

E poi non ho tempo.

Devi dare tempo al tempo.

È tempo di cambiare.

È un tempo da schifo.

È da tempo che te lo dicevo.

Che tempo fa?

Il tempo migliore.

Non ho neppure tempo per un caffè.

Tempi moderni.

Ai miei tempi.

Il tempo chi lo capisce è bravo.

Ma che razza di tempo.

È un tempo in levare.

È questione di tempo.

Il tempo passa.

Chi ha tempo non aspetti tempo.

Il tempo è scaduto.

Il tempo è impietoso.

Il tempo è galantuomo.

Il tempo guarisce tutto.

Il tempo non è denaro.

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Torno dalla Luna.

Sì, sì.
Ci sono stato sulla Luna.
Bassa stagione, verso fine settembre.
Come al solito, arrivi con la tua navetta, e non trovi da parcheggiare.
Poi uno si chiede perché tutti odiano i Venusiani. Sempre in giro con quelle loro astronavi gialle, piene zeppe di neon e scritte pacchianissime che nessuno capisce, e te le piazzano dappertutto.
In seconda, terza fila.
E quando provi a parlarci non capisci mai se ti danno retta o no.
Coi loro otto occhi, tu gli chiedi di spostarsi, e loro sembrano attentissimi.
E invece stanno fissando quella col bikini microscopico che è appena passata.
Non è serio. Ecco cosa succede a volere il Sistema Solare Unito.
E, se proprio vuoi saperla tutta, non si lavano.
Mi chiedi cosa ho mangiato?
Beh, stai lontano dai ristoranti italiani. Quelli che li gestiscono vengono tutti da Saturno. Cercano di imitare l’accento di Napoli, ma alla fine sembrano solo dei mafiosi da film americano. A qualcuno spunta perfino la coda da sotto i pantaloni.
La pasta poi è sempre scotta.
Invece dovresti provare il kebab marziano. Gustoso, sai?
Devi solo stare attento a morderlo quando non si muove.
L’ho assaggiato in un piccolo shuttlegrill sulla spaziostrada che porta alla base Alfa. Sì, proprio quella di “Spazio 1999”. La casa di produzione inglese ha voluto farne una copia in scala uno a uno nel cratere di Cassini.
Dicono che con le visite e il merchandising ci facciano soldi a palate. C’è persino una copia olografica di Martin Landau che ti fa da Cicerone.
Se poi ti capita di andarci, fatti un giro sull’Aquila Uno. La pilota un tizio di Frosinone amico di mio fratello.
Se glielo chiedi, fa la partenza in impennata.
Ma certo che ci sono stato al Mare della Tranquillità.
Se lo sono comprato i cinesi. Ci hanno messo ottocento chilometri di barriera corallina artificiale.
Per vedere l’Apollo 11 e le orme degli astronauti, devi prendere il sottomarino, e pagare pure il biglietto.
I complottisti dicono sia una copia portata lì dalla CIA, alla fine del ventesimo secolo, tanto per accreditare la versione ufficiale. Ma io dico: e come ci sarebbero arrivati sulla Luna?
E loro: col teletrasporto inventato da Tesla durante la Seconda Guerra Mondiale…
E allora mi arrendo.
Solo che, insomma, un lettino a quaranta, dico quaranta euro al giorno, mi sembra esagerato. Avrai anche portato su tutta ‘sta barriera, pezzo a pezzo, avrai anche messo tutte le anemoni a mano, una per una.
Ma quaranta euro sono troppi.
E poi il parasole non sta mai al suo posto.
Sì, insomma, l’hai capito. Tu vai sulla Luna per scoprire culture diverse, conoscere strane nuove forme di vita, per arrivare là dove nessun uomo è mai stato prima, e cosa ti trovi? Un sacco di italiani.
Ma allora tanto vale che l’anno prossimo si vada tutti a Riccione.
No, ma quale Adriatico? Non lo sai che non c’è più?
Al suo posto c’hanno fatto il parcheggio per l’ULTRACOOP di Bologna.
Dico Riccione nella Cintura degli Asteroidi. Almeno lì la piadina la sanno fare!
Ovvio che sono andato per locali. Non sono mica come la tua amica che va su Marte e non si muove dal villagio neppure con la pioggia d’asteroidi.
Ormai avrà il braccialetto ALL INCLUSIVE tatuato direttamente sulla pelle, con le sberle di ultravioletti che s’è presa.
E poi mi hai fatto una testa come una casa prima di partire.
Ma sai che alla fine avevi ragione? In giro trovi un sacco di gente che suona, a tutte le ore, e pure bene. Da non crederci.
Soprattutto fanno un genere, lo chiamano “Powerfunk”. Ti ho fatto la cassetta.
L’ha inventato una tipa arrivata da quelle parti verso l’inizio del ventunesimo secolo, o giù di lì. Su una bici a propulsione musicale. Almeno così spiegava l’audioguida, al parco tematico.
Però gli storici non sono tutti d’accordo.
A dire il vero, non sono neppure sicuri di dove fosse: per i francesi è francese, per gli italiani è italiana, e per quelli di Proxima Centauri è un Drone di tipo ZC.
Secondo me hanno ragione quelli di Proxima.
Nelle foto indossa sempre una specie di copricapo a forma di medusa.
Mai visto niente del genere in Francia.
Il nome? Mmmh, fammi pensare, non vorrei ricordarmi male, è un po’ strano.
Dev’essere extraterrestre per forza.
Ah, sì, ecco.
Si chiama Naif…

Per Naif e Momo,
persone ed artisti davvero speciali, con affetto.


Natale non è buono.

La barba è bianca, e non ha nulla della neve.

I ragazzini ti salutano chiamandoti Nonno.

Ma è solo lo scherno crudele del tempo.

Tu un po’ ci provi a scacciarlo stizzito.

Ma t’incatenano anni pesanti come il respiro d’un vecchio.

Adagiato al bordo della vita.

Da giorni che ti sembrano infiniti.

Hai una scatola di cartone per i sogni.

Ora che occupano meno spazio dei ricordi.

Forse lo aspetti un premio di consolazione.

Ma se hai giocato bene, o anche male, ora non t’importa.

Tu guardi indietro lo stesso.

Perché il davanti non è abbastanza lontano.

È solo un’altra notte di nebbia.


Istantanea /3

La vita coagula il destino a poco a poco.

Quasi fosse latte sul fondo d’una tazza dimenticata in cucina.

Ed è naturale scoprirsi a indossare giorni futuri come scarpe troppo strette.

Talvolta nel guardarmi allo specchio ho quasi paura.

Mi da un senso di dispersione questo volto che non smette di cambiare.

Ho appena modo di affezionarmi ad una ruga.

Che subito un’altra la sostituisce per profondità e importanza.

E finalmente capisco il perché del tempo dato al tempo.

La vita non è che una lenta rifermentazione.


Cioccolato.

Dieta. Non ditemi che non lo sapete già. La dieta è il miglior modo per verificare il nostro stato di salute.

Se una volta finita questa quaresima laica, ci trasformiamo in novelli Pantagruel, vanificando in pochi giorni il risultato di mesi di fatica, allora possiamo stare tranquilli: siamo in gran forma.

Se, al contrario, dopo esserci autoinflitti le peggiori sevizie culinarie, non tornassimo a lievitare come pan di spagna, meglio iniziare a preoccuparsi.

Insomma, la dieta è una necessità dello spirito prima ancora che del corpo.

Non resta che adeguarsi, è così ho fatto anch’io, evitando di comprare tutto ciò che di buono esista in natura, dalla nutella in giù.

I pensili della mia cucina rigurgitavano barrette, beveroni in polvere, e ogni altra schifezza dietetica la farmacopea parasportiva avesse inventato. Nel mio frigo campeggiava un’intera foresta d’insalata, frammista a qualche solitaria carota. Insomma, ero il perfetto italiano in dieta.

Ma, come molti italiani, avevo anch’io il mio piccolo segreto.

Al riparo da occhi indiscreti, tenevo nascosta la peggiore lifferia** si potesse concepire: un’intera barra da mezzo chilo di straordinario cioccolato fondente dell’Ecuador. Mica storie. La mia personale divinità totemica, cui tributavo visite adoranti con ritmo pressoché quotidiano.

E mentre riservavo al mio calo ponderale controlli sempre più stringenti, mi prefiguravo il momento in cui avrei potuto degustare con tutta calma quel pezzo di paradiso. Potevo quasi sentire il gusto del cacao che si stemperava nella bocca. Dovevo solo aspettare altri cinque chili e tre, anzi due, etti.

Era primavera, arrivò l’estate, ed ecco verso settembre, in una di quelle chiare mattine in cui tutto sembra immerso in un riflesso dorato, mi reco in bagno e vedo sul display della bilancia la cifra magica: sessanta.

Ho un sussulto, quasi non ci voglio credere. Scendo. Risalgo: cinquantanove chili e nove etti!

Caccio fuori un urlo animale da svegliare tutto il caseggiato: vittoria!

Per tutto il giorno cado in ricorrenti stati di trance, mentre pregusto mentalmente il dolce premio che mi attende nel mobile della sala. Le mie colleghe pensano che sia innamorato. Si sa, le donne sono sentimentali.

Torno a casa e il pensiero è uno solo. Mi tolgo le scarpe, apro la credenza e tiro fuori il rum delle grandi occasioni. Ne verso una dose generosa, quindi mi concedo un sorso, giusto per inumidire e preparare la gola.

Sono pronto.

Prendo la cioccolata tra le mani come se fosse una preziosa antica reliquia. Ne soppeso la consistenza, ne cerco di carpire l’aroma: ovviamente non sento nulla, ma è il gesto quello che conta.

Mi siedo sul divano. Quasi tremo mentre mi affanno sull’involucro, impaziente di ammirare la lucente bellezza del contenuto.

Ma, un attimo. Che colore è questo?

La cioccolata, il premio che ha dato un senso a ogni mia sofferenza, non rifulge di marrone sontuosità, anzi è di un bianco sporco, come fosse stata ripassata nella farina di castagne.

E il profumo, non sembra per nulla cioccolato. È smorto. Provo a staccarne un pezzo, la consistenza è farinosa, per niente invitante.

Provo ad addentarla, ma…

Sto piangendo. Il mio tesoro non è sopravvissuto ai quaranta e passa gradi di luglio. Desolazione.

Non mi resta che andare in cucina, aprire il frigo e tirarne fuori una carota.

Sgranocchio l’ortaggio alla finestra, e tra me e me penso che  in fin dei conti è bello coltivare i sogni.

Ma non oltre la data di scadenza.

______

** golosità assoluta (termine dialettale emiliano )


La Panchina.

Eravamo seduti fianco a fianco, sulla panchina.
Ciascuno dei due con gli occhi ai cigni che fluttuavano sul laghetto di fronte.
Eleganti, come solo i cigni possono essere.
Io avevo i miei pensieri da tenere a bada e lo sguardo basso alle scarpe che – non so come mai – in certe giornate sembrano sempre più vecchie di quanto non siano.
Chi avevo di fianco pareva assorto da qualcosa, nascosto appena dietro l’orizzonte. Lo sguardo fisso come di chi si aspettasse il primo raggio di sole. In pieno giorno.
Avrà avuto una sessantina d’anni, non particolarmente ben portati, esattamente come io talvolta non riesco a scrollarmi di dosso i miei quaranta.
Non mi aspettavo nessun particolare dialogo, date le circostanze. Ma la vita sa sempre come prenderti alla sprovvista.
–        Odio i cigni.
Sulle prime non degnai il mio collega panchinante di più di un fugace sguardo. Non avrei sopportato l’ennesima inconcludente conversazione con una persona in preda al delirio.
Mi capita sempre, ho come una calamita che attrae a me i pazzi di ogni tipo.
Forse senza saperlo sono matto pure io, e suscito la simpatia per il simile negli psicolabili.
Ma quel giorno non ero davvero in vena di convenevoli e cercai di far cadere la cosa.
Grave errore.
–        Io odio i cigni.
Aveva ripetuto la frase a voce più alta, scandendo parola per parola. Senza peraltro distogliere lo sguardo dal suo invisibile bersaglio.
Abbastanza perché non potessi più far finta di nulla.
Tentai una morbida diversione.
–        Beh, guardi, sono punti di vista. E questo è più o meno ancora un paese libero, quindi…
Intanto quello ribadiva il concetto. Le mie parole erano per lui solo un’eco lontana e neppure troppo importante.
–        Odio i cigni, perché sono belli, eleganti, immacolati. E piacciono a tutti.
Sì era proprio un pazzo. Ora ne ero sicuro. Opposi un’indulgente apparenza di attenzione, cui bon ton e prudenza mi obbligavano. Ma in questo modo non feci che incoraggiare la sua pertinace volontà di mettermi a parte della sua personalissima visione del mondo.
–        Ho appena visto il mio dottore, sa? È uno bravo. Un vero luminare…
Cambiai espressione. Non era pazzia. Era la sorda ostinazione che accompagna l’incontro col dolore. L’inizio di un lungo cammino.
Presi fiato.
Feci quello che avrei voluto venisse fatto a me, a ruoli invertiti.
Cercavo di trovare frasi adatte, che non suonassero di pura circostanza. Ma non fui abbastanza svelto.
–        Non ho speranze.
Lo disse forse in preda più alla sorpresa, che alla disperazione. Un’impercettibile dissonanza col quadro generale.
–        Ha provato a sentire qualcun’altro?
Consolare non è il mio forte, per cui mi rifugio nelle domande.
–        Lei non mi può capire.
–        No, ha ragione, non posso capire, posso solo immaginare…
–        No, no. Lei proprio non capisce – Il tono era fermo, quasi spazientito – una decina di mesi fa m’hanno diagnosticato una malattia del sangue, rarissima. Le possibilità di guarigione sono nulle e il decorso talmente indolore che hanno perfino rinunciato a praticare cure palliative. L’unica cosa che mi hanno detto è questa: le resta più o meno un anno, forse meno. Ci dispiace veramente.
Abbassai gli occhi.
–        Allora ho deciso di vivere. Vivere e basta. Sono andato a lavoro, e mi sono licenziato. Non prima di essermi tolto qualche sassolino, che aspettava paziente nelle mie scarpe da una trentina d’anni, o giù di lì. Ho venduto tutte le mie azioni e i miei buoni del tesoro e, visto che non ho figli e non sono sposato, me la sono spassata più che ho potuto. In tutti i modi. Ho fatto cose che neppure un ventenne. Sono perfino stato a un Rave. Lei lo sa cos’è un Rave? Beh non importa. Insomma ho fatto tutto di tutto, ho speso quasi tutto.
Ho persino pianificato la mia dipartita, sa?
Ho comprato un bel po’ di Viagra ed ero pronto a lasciare questa terra nel migliore dei modi, quando sa cos’è successo?
Scossi la testa.
–        Mi hanno detto che non ho nulla, ha capito? Nulla di nulla. Sono sano come un pesce. Più d’un pesce.
Catatonia indotta da stupore.
Ero lì con la bocca semiaperta che cercavo di dire qualcosa di più significativo del silenzio.
Senza successo.
Quando quello lasciò cadere una domanda come una saetta.
–        Lei sa sparare?
Replicai con tutte le mie forze
–        No, non so sparare e odio le armi, ma perché me lo chiede?
–        Nulla…
Tornò a fissare l’orizzonte per alcuni secondi.
–        Ma davvero non sa sparare?
–        No, gliel’ho detto. Ma lei non ha risposto alla mia domanda: a cosa le serve saperlo?
–        Voglio che mi uccida.
–        Eeeeh? Cosa dice? Ma scusi se vuole morire, che si spari da solo, io cosa c’entro?
–        No lei c’entra. C’entra eccome. Da quando si è seduto su questa panchina, da quando ha ascoltato la mia storia. Ora non può più far finta di niente.
–        No, no! Mi ascolti bene è stato lei a tirarmi in mezzo con questa storia dei cigni e tutto il resto, guardi, sa cosa faccio? la saluto e me ne vado.
–        Se non mi uccide lei, la uccido io. Ho una pistola in tasca.
Ero di spalle che me ne stavo andando e avvertii una sensazione fisica di calore brulicante che parte dalle reni e sale fino alle spalle, al collo, alla testa.  Il richiamo ancestrale dei peli che si rizzano di fronte alla minaccia.
Era  la stessa sensazione che avevo provato anni prima, quando fui rapinato arma in pugno, per strada.
Sai che in quel momento tra vita e morte la scelta non è tua, e quell’impotenza paralizza.  Cercai un barlume di raziocinio cui aggrapparmi. Mi voltai. Lentamente.
–        Se ha una pistola può uccidersi da solo, perché ha bisogno del mio aiuto, allora?
–        Sento che sto impazzendo. Non so se domani o anche solo tra un’ora ne avrò il coraggio.
Silenzio. Ci guardammo dritti negli occhi. Io deglutii rumorosamente.
–        Ok, allora mi dia la pistola.
Sapevo che non avrebbe funzionato, ma tanto valeva provare.
–        Forse sono pazzo, ma non stupido. Ne ho un’altra, prenda – mi allungò un revolver a canna corta – la mia è meglio che la tenga in tasca puntata dritta su di lei, una sorta di assicurazione del credito, se mi passa l’espressione.
Ormai non avevo scelta.
Impugnai l’arma. Controllai che fosse carica.
–        E’ pronto?
–        Sì, la prego.
Non una sola esitazione, non un tremito nella voce. Impossibile.
Puntai al petto. Fuoco. Due volte. E poi alla testa.
Nulla.
Scoppiò a ridere come un matto.
–        Hai sentito tutto Alfred? Ho vinto, mi devi diecimila sterline! Ahahaah! – non finiva di ridere – avevo scommesso con un mio amico che sarei riuscito a convincere un perfetto sconosciuto, incontrato per caso al parco, a uccidermi in meno di mezz’ora. Ovviamente senza provocarlo con offese a famigliari o altro, troppo volgare. E come vede, ce l’ho fatta. Il mio amico ha seguito tutta la scena in collegamento con un cellulare che ho qui, nascosto sotto la giacca. Amico mio, lei mi ha fatto un gran bel regalo. Non ci sarà mica rimasto male vero?
–        No, anzi dal primo sparo avevo capito subito che c’era qualcosa di strano nel rinculo. E, mi faccia indovinare, in tasca non ha nessuna pistola.
–        Ahah, esatto c’è solo quella caricata a salve che le ho dato. Però mi devo complimentare, non credevo che avrebbe avuto tutta quella freddezza, e poi diceva di non saper sparare…
–        Infatti le ho mentito. Per lavoro mi capita abbastanza spesso di dover usare delle armi. Ma adesso non credo che importi poi molto.
Nel suo sguardo il divertimento lasciò il posto alla sorpresa.
Misi la mano sotto la giacca, e pochi istanti dopo Alfred sentì al cellulare solo una mezza esclamazione – Cos…? – e poi tre colpi, come di martello, solo un po’ più secchi.
Nient’altro.
Odio dover lavorare in vacanza. Ma se accetti un incarico, per quanto strano, lo devi onorare.
È la prima regola dei professionisti.


Istantanea /2

Cade una notte di gocce impalpabili.

La osservo con uno sguardo obliquo di stanchezza.

L’autobus sembra celarsi oltre l’orizzonte del possibile.

Intanto la vita impegna le mani con piccoli relitti metallici.

Mi sorprendo a cercare un percorso nel destino altrui.

L’attenzione cade su un cappottino viola che accompagna una mano adulta.

Gli occhi blu mi offrono un’occasione di timidezza persistente.

Sorride. Sorrido. Un solo respiro.

E il tempo torna a trascinare le cose.

La città è un incessante cadenzare d’istanti.