La Panchina.

Eravamo seduti fianco a fianco, sulla panchina.
Ciascuno dei due con gli occhi ai cigni che fluttuavano sul laghetto di fronte.
Eleganti, come solo i cigni possono essere.
Io avevo i miei pensieri da tenere a bada e lo sguardo basso alle scarpe che – non so come mai – in certe giornate sembrano sempre più vecchie di quanto non siano.
Chi avevo di fianco pareva assorto da qualcosa, nascosto appena dietro l’orizzonte. Lo sguardo fisso come di chi si aspettasse il primo raggio di sole. In pieno giorno.
Avrà avuto una sessantina d’anni, non particolarmente ben portati, esattamente come io talvolta non riesco a scrollarmi di dosso i miei quaranta.
Non mi aspettavo nessun particolare dialogo, date le circostanze. Ma la vita sa sempre come prenderti alla sprovvista.
–        Odio i cigni.
Sulle prime non degnai il mio collega panchinante di più di un fugace sguardo. Non avrei sopportato l’ennesima inconcludente conversazione con una persona in preda al delirio.
Mi capita sempre, ho come una calamita che attrae a me i pazzi di ogni tipo.
Forse senza saperlo sono matto pure io, e suscito la simpatia per il simile negli psicolabili.
Ma quel giorno non ero davvero in vena di convenevoli e cercai di far cadere la cosa.
Grave errore.
–        Io odio i cigni.
Aveva ripetuto la frase a voce più alta, scandendo parola per parola. Senza peraltro distogliere lo sguardo dal suo invisibile bersaglio.
Abbastanza perché non potessi più far finta di nulla.
Tentai una morbida diversione.
–        Beh, guardi, sono punti di vista. E questo è più o meno ancora un paese libero, quindi…
Intanto quello ribadiva il concetto. Le mie parole erano per lui solo un’eco lontana e neppure troppo importante.
–        Odio i cigni, perché sono belli, eleganti, immacolati. E piacciono a tutti.
Sì era proprio un pazzo. Ora ne ero sicuro. Opposi un’indulgente apparenza di attenzione, cui bon ton e prudenza mi obbligavano. Ma in questo modo non feci che incoraggiare la sua pertinace volontà di mettermi a parte della sua personalissima visione del mondo.
–        Ho appena visto il mio dottore, sa? È uno bravo. Un vero luminare…
Cambiai espressione. Non era pazzia. Era la sorda ostinazione che accompagna l’incontro col dolore. L’inizio di un lungo cammino.
Presi fiato.
Feci quello che avrei voluto venisse fatto a me, a ruoli invertiti.
Cercavo di trovare frasi adatte, che non suonassero di pura circostanza. Ma non fui abbastanza svelto.
–        Non ho speranze.
Lo disse forse in preda più alla sorpresa, che alla disperazione. Un’impercettibile dissonanza col quadro generale.
–        Ha provato a sentire qualcun’altro?
Consolare non è il mio forte, per cui mi rifugio nelle domande.
–        Lei non mi può capire.
–        No, ha ragione, non posso capire, posso solo immaginare…
–        No, no. Lei proprio non capisce – Il tono era fermo, quasi spazientito – una decina di mesi fa m’hanno diagnosticato una malattia del sangue, rarissima. Le possibilità di guarigione sono nulle e il decorso talmente indolore che hanno perfino rinunciato a praticare cure palliative. L’unica cosa che mi hanno detto è questa: le resta più o meno un anno, forse meno. Ci dispiace veramente.
Abbassai gli occhi.
–        Allora ho deciso di vivere. Vivere e basta. Sono andato a lavoro, e mi sono licenziato. Non prima di essermi tolto qualche sassolino, che aspettava paziente nelle mie scarpe da una trentina d’anni, o giù di lì. Ho venduto tutte le mie azioni e i miei buoni del tesoro e, visto che non ho figli e non sono sposato, me la sono spassata più che ho potuto. In tutti i modi. Ho fatto cose che neppure un ventenne. Sono perfino stato a un Rave. Lei lo sa cos’è un Rave? Beh non importa. Insomma ho fatto tutto di tutto, ho speso quasi tutto.
Ho persino pianificato la mia dipartita, sa?
Ho comprato un bel po’ di Viagra ed ero pronto a lasciare questa terra nel migliore dei modi, quando sa cos’è successo?
Scossi la testa.
–        Mi hanno detto che non ho nulla, ha capito? Nulla di nulla. Sono sano come un pesce. Più d’un pesce.
Catatonia indotta da stupore.
Ero lì con la bocca semiaperta che cercavo di dire qualcosa di più significativo del silenzio.
Senza successo.
Quando quello lasciò cadere una domanda come una saetta.
–        Lei sa sparare?
Replicai con tutte le mie forze
–        No, non so sparare e odio le armi, ma perché me lo chiede?
–        Nulla…
Tornò a fissare l’orizzonte per alcuni secondi.
–        Ma davvero non sa sparare?
–        No, gliel’ho detto. Ma lei non ha risposto alla mia domanda: a cosa le serve saperlo?
–        Voglio che mi uccida.
–        Eeeeh? Cosa dice? Ma scusi se vuole morire, che si spari da solo, io cosa c’entro?
–        No lei c’entra. C’entra eccome. Da quando si è seduto su questa panchina, da quando ha ascoltato la mia storia. Ora non può più far finta di niente.
–        No, no! Mi ascolti bene è stato lei a tirarmi in mezzo con questa storia dei cigni e tutto il resto, guardi, sa cosa faccio? la saluto e me ne vado.
–        Se non mi uccide lei, la uccido io. Ho una pistola in tasca.
Ero di spalle che me ne stavo andando e avvertii una sensazione fisica di calore brulicante che parte dalle reni e sale fino alle spalle, al collo, alla testa.  Il richiamo ancestrale dei peli che si rizzano di fronte alla minaccia.
Era  la stessa sensazione che avevo provato anni prima, quando fui rapinato arma in pugno, per strada.
Sai che in quel momento tra vita e morte la scelta non è tua, e quell’impotenza paralizza.  Cercai un barlume di raziocinio cui aggrapparmi. Mi voltai. Lentamente.
–        Se ha una pistola può uccidersi da solo, perché ha bisogno del mio aiuto, allora?
–        Sento che sto impazzendo. Non so se domani o anche solo tra un’ora ne avrò il coraggio.
Silenzio. Ci guardammo dritti negli occhi. Io deglutii rumorosamente.
–        Ok, allora mi dia la pistola.
Sapevo che non avrebbe funzionato, ma tanto valeva provare.
–        Forse sono pazzo, ma non stupido. Ne ho un’altra, prenda – mi allungò un revolver a canna corta – la mia è meglio che la tenga in tasca puntata dritta su di lei, una sorta di assicurazione del credito, se mi passa l’espressione.
Ormai non avevo scelta.
Impugnai l’arma. Controllai che fosse carica.
–        E’ pronto?
–        Sì, la prego.
Non una sola esitazione, non un tremito nella voce. Impossibile.
Puntai al petto. Fuoco. Due volte. E poi alla testa.
Nulla.
Scoppiò a ridere come un matto.
–        Hai sentito tutto Alfred? Ho vinto, mi devi diecimila sterline! Ahahaah! – non finiva di ridere – avevo scommesso con un mio amico che sarei riuscito a convincere un perfetto sconosciuto, incontrato per caso al parco, a uccidermi in meno di mezz’ora. Ovviamente senza provocarlo con offese a famigliari o altro, troppo volgare. E come vede, ce l’ho fatta. Il mio amico ha seguito tutta la scena in collegamento con un cellulare che ho qui, nascosto sotto la giacca. Amico mio, lei mi ha fatto un gran bel regalo. Non ci sarà mica rimasto male vero?
–        No, anzi dal primo sparo avevo capito subito che c’era qualcosa di strano nel rinculo. E, mi faccia indovinare, in tasca non ha nessuna pistola.
–        Ahah, esatto c’è solo quella caricata a salve che le ho dato. Però mi devo complimentare, non credevo che avrebbe avuto tutta quella freddezza, e poi diceva di non saper sparare…
–        Infatti le ho mentito. Per lavoro mi capita abbastanza spesso di dover usare delle armi. Ma adesso non credo che importi poi molto.
Nel suo sguardo il divertimento lasciò il posto alla sorpresa.
Misi la mano sotto la giacca, e pochi istanti dopo Alfred sentì al cellulare solo una mezza esclamazione – Cos…? – e poi tre colpi, come di martello, solo un po’ più secchi.
Nient’altro.
Odio dover lavorare in vacanza. Ma se accetti un incarico, per quanto strano, lo devi onorare.
È la prima regola dei professionisti.

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