Cave.

Quando avevo dieci anni andare alle Cave significava andare a pescare. Con mio Nonno.
Fu la mia introduzione alle arcane forze della natura, incarnate nel pesce gatto.
Si badi bene, pescare è un’attività umana che solo incidentalmente ha a che fare col pesce.
Non mi stupirei se qualcuno un giorno chiamasse pescare la caccia ai bug nascosti in un programma per transazioni bancarie, o il flipper estremo.
Pescare è un’attitudine dello spirito.
Il pescatore lo riconosci dallo sguardo fisso al pelo dell’acqua, non appena gli metti in mano una canna da pesca.
Anche se il tutto accade mentre si trova al bar per il caffè.
La pesca, come ogni altra attività specialistica, ha il suo gergo: il lessico da pesca.
Si tratta del principale strumento di lavoro del vero pescatore, ancor prima di canne, lenze, galleggianti e tutto il resto.
Questa lingua iniziatica, che si apprende solo frequentando pescatori più esperti, è un saggio di come la filosofia trascendentale si sposi al gramelòt padano. Vediamone alcuni esempi.

Inlamare.

Verbo approssimativamente traducibile con: compiere un complesso di operazioni e manovre atte a indurre la preda (preferibilmente, ma non necessariamente, un pesce) in una condizione di sudditanza psicologica, tale da riconoscere essa stessa i propri irriducibili limiti. Raggiunto l’obiettivo, sarà la preda medesima a scegliere di farla finita, ingurgitando uno strumento di tortura in acciaio temperato ricoperto da una qualsivoglia schifezza a scelta tra lombrichi, larve di mosca o polenta preparata con acqua di pantano.
Esempio: Berlusconi è il più grande pescatore del mondo, infatti ha inlamato un intero paese.

Il lamo.

Sostantivo corrispondente allo strumento di tortura in acciaio temperato di cui sopra. Si presenta in varie fogge e dimensioni, ma grosso modo ha sempre la forma di un piccolo uncino con la punta lanceolata.
Può avere in alcuni rari casi un ruolo marginale nella cattura del pesce, ma la sua principale funzione è quella di fortificare lo spirito del novizio.
Infatti tale arnese ha la tendenza a conficcarsi nelle dita, e a quel punto, su indicazione del pescatore esperto, il malcapitato ha un solo modo per rimuovere il piccolo aggeggio infernale, e cioè conficcarlo nelle carni fino a far uscire la punta dall’altra parte.
L’operazione, in sé dolorosissima, va eseguita anche se la parte accuminata ha appena lambito il primo strato di pelle, e ha la principale funzione di addestrare il neopescatore alle durezze della vita, e al contempo ribadire l’autorità morale dell’anziano sul giovane che, da quel momento in poi, si guarderà bene dal mettere le mani sulle lenze del decano.

Tènasòdi!

Esortazione tutto fare con cui il pescatore incita il discepolo all’attenzione e alla compostezza del portamento.
Viene usata nelle più disparate occasioni, ma in principal modo al momento del lancio, dove l’eleganza e la potenza del gesto danno la vera cifra della sfida che si cela nella pesca.
Una sfida che non vede come opponente il pesce, bensì rami, canneti, malcapitati compagni di battuta e fili dell’alta tensione.
In quest’ultimo caso la pesca può trasformarsi in uno sport di contatto.

Maðòønadfontànleèt (pronuncia variabile a seconda degli stati d’umore)

Deità di oscure origini padane – da taluni erroneamente identificata con la Madonna di Fontanellato – preposta alla protezione delle lenze. Per tale ragione è spesso invocata in caso di rottura fortuita delle stesse con tradizionali formule apotropaiche, in cui alla divinità vengono accostati svariati nomi di animali da cortile, simbolo di prosperità ed operosità.
La prolungata vicinanza con la natura acuisce nel pescatore uno spiccato senso del divino, tanto da portare a un moltiplicarsi delle invocazioni sacre, soprattutto in estate, col proliferare di zanzare e tafani, per la cui presenza viene resa incessantemente lode al citato nume.

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