Ottantanove.

Stazionavo sotto un cielo ortogonale.
Lo so che un aggettivo del genere non c’entra nulla col cielo, ma alzando lo sguardo quella parola mi si era fissata addosso come un motivetto stupido. Di quelli che arrivano, ti sqattano* il cervello, e non riesci più a liberartene.
E poi le proiezioni ortogonali mi sono sempre piaciute.
Angoli di novanta gradi, senso di solidità e sicurezza.
A volte serve.
Comunque sia, il cielo oltre che una geometria aveva un colore, in tono: era grigio come solo il cemento sa essere.
Il cemento era ovunque.
Mi circondava, o quasi; piazzato com’ero in mezzo a una corona di caseggiati anonimi. Se non fosse per il disperato tentativo di ravvivarli con un bizzarro tinteggio di colori in scala.
Dal più scuro al più chiaro. Dal primo all’ultimo piano.
Qualcuno mi disse che la cosa fosse voluta, per evitare che i piani più alti, e quindi più esposti, si scaldassero troppo d’estate.
Certe corbellerie sono affascinanti.
L’unico lato libero dava sulla strada, dove a tempo debito passavano le corse del bus numero 2, frammiste a qualche sparuta macchina.
Era uno di quei quartieri popolari disegnati da architetti troppo ricchi di famiglia per sapere cosa sia un vero quartiere popolare. E per di più con una città ideale in testa.
Ma gli ideali, si sa, tendono fatalmente a fessurarsi. E col tempo a crollare. Lasciando dietro di sé solo giardini di cemento.
In quei cortili artificiali non ci vedi bambini giocare, e tantomeno mamme col passeggino. S’incrociano solo ragazzotti vestiti in modo pacchiano, perennemente al cellulare.
E merde di cane.
I cellulari allora esistevano già, ma non si vedevano in giro, e comunque non facevano parte del kit da teen-ager. Anche le merde di cane esistevano già e – strano a dirsi – erano diffuse quanto oggi.
Quel giorno la scuola non aveva per me alcuna attrattiva; avevo scelto la mia panchina, e sarei rimasto lì fino all’una.
Tirai fuori un blocco per scrivere, e una Pilot a inchiostro liquido – la penna da vero pensatore di sinistra.
Io per darmi un tono scrivevo in verde, come Togliatti.
Mi accesi una Lucky.
Inspirai.
Espirai.
All’epoca, pensavo che massacrarmi i polmoni mi avrebbe reso più rispettabile, in fondo. Avevo iniziato a fumare per non essere da meno degli altri, per condividere qualcosa.
Avrei fatto meglio a interessarmi al calcio, ma questa è un’altra storia.
Stavo seguendo un altro noviziato in quel momento: volevo essere accettato in un circolo intellettuale, e con gli anni la cosa mi fa sempre più ridere.
Si è giovani anche per concedersi d’essere stupidi.
Senza rimpianti.
– Ciao, hai una paglia?
Mi voltai di soprassalto, non mi aspettavo compagnia.
Era un tizio alto, magro, avrà avuto un paio d’anni più di me, al massimo. Tirai fuori il pacchetto, come sempre un po’ troppo goffamente. La presenza di estranei inattesi mi mette a disagio. Lo fa ancora adesso.
– Grazie. Posso mettermi qua un po’? O ti do fastidio?
Non dissi nulla, mi limitai a fare posto.
Si mise a sedere sullo schienale, appoggiando i piedi sulla seduta. Probabilmente anche lui cercava di darsi un tono.
Notai il giubbotto di pelle che indossava: era un chiodo, usato, e aveva comunque un aspetto magnifico.
Venivo da una famiglia con pochi mezzi, mai mancato il necessario, ma non mi sarei potuto permettere un capo del genere. La voglia di averlo mi sarebbe rimasta per molto tempo.
Qualche anno fa ero stato addirittura sul punto d’acquistarlo.
Me l’ero provato. Ma con mio sommo disappunto, una volta indossatolo, sembravo più simile al Paolo Rossi di “Su la Testa” che a un vero punk.
Ripiegai su un giubbino scamosciato.
Non so perché, ma con quello addosso mi chiamano tutti “geometra”.
Dev’essere una specie di divisa professionale.
Su quel tizio, invece, il chiodo stava a pennello.
– Cazzo, se son buone le Lucky. Era un po’ che non ne fumavo. Ah, D___…
Allunga la mano, gliela stringo.
– L___, piacere.
– Certo che è una giornata di merda per fare fogone**. Interrogazione? Compito?
– No. Semplicemente non mi andava, volevo scrivere in pace.
– Scrivere? E cosa scrivi?
– Poesie.
– Uhm. E ne hai scritte molte?
– No. Per ora solo una.
– E come fa?
– Ma no, dai, mi vergogno, non è gran che…
– Non ti sto chiedendo cosa ne pensi, ti sto chiedendo di recitarla.
Lo fissai per un paio di secondi, non aveva l’aria di prendermi per il culo. Allora guardai altrove, come a cercare di leggere qualcosa d’invisibile nell’aria.

Erano lì
Le udivo,
Costellazioni di Sodio
Le loro grida di luce,
Estremo commiato
Nel placido travaglio
Del collasso.

Restammo qualche secondo in silenzio. Fu lui a rompere la tregua.
– … e cosa vorrebbe dire?
– Le poesie non si spiegano. Non sono fatte per comunicare. Sono punti di convergenza del dialogo interiore di chi scrive. Possibili snodi di un personale cammino di comprensione. Diverso per ogni lettore.
Eccomi, in tutta la splendida supponenza dei miei diciott’anni.
Brutta cosa un Super-io anabolizzato.
– Cazzate! Quello che hai detto non vuol dire niente. E se non vuoi dire niente, non scrivi niente. Aspetta di avere quarant’anni per nasconderti dietro frasi fatte. Io voglio sapere perché hai scritto, cosa ti ha spinto a farlo, perché hai voluto scrivere quelle parole e non altre!
Ero irritato, terribilmente irritato, perché sapevo che aveva ragione. È come quando si parla da soli: non si fa quasi mai senza un ottimo motivo. Lo stesso vale per lo scrivere.
Se non sei uno scrittore.
– Dai, qualcosa vorranno pur dire quelle “Costellazioni di Sodio”…
Incrociai per un istante il suo sguardo.
– Sono i lampioni, di sera. Usano lampade al sodio. E quando torno a casa in autobus, mezzo assonnato, mi sembrano costellazioni aliene, in continua mutazione, con le macchine a fare da contrappunto rumoroso e luminoso. Prima che il sonno abbia la meglio.
– Vedi? Ma cosa ti ha spinto a scrivere?
– Non lo so, davvero. Forse non volevo perderle…
Sorrise.
– Fumi?
Avevo appena spento una sigaretta; il senso della domanda mi era chiaro.
Annuii.
– Ok, dai, vieni che andiamo dall’argine. C’è più tranquillo.
Arrivati fuori dal campo visivo dei palazzi, gli passai un’altra Lucky, vittima predestinata del rito che stava per compiersi. Lui la prese in mano e la leccò sull’incollatura, per smontarla.
Eseguì ogni operazione con una maestria che mi lasciò ammirato e con una punta d’invidia. Non ho mai avuto una buona manualità, e rollare una canna a dovere richiede doti di coordinazione non comuni.
Il risultato finale mi lasciò al cospetto di Benvenuto Cellini, in versione spinellologa.
Ci fumammo il manufatto senza dire nulla. Salvo l’emissione di qualche suono gutturale che, unito a un conveniente supporto mimico, mi permetteva d’esprimere il mio sincero apprezzamento all’autore.
Ce ne ritornammo alla panchina adeguatamente sedati.
Restammo lì per un po’, con stampato sul volto un sorriso ebete da venditori occasionali di enciclopedie.
Quando dal vuoto cosmico dei miei pensieri iniziò a emergere una domanda. E avendo lasciato i miei freni inibitori sull’argine, fu un tutt’uno concepirla e articolarla.
– Ma, scusa, tutta quella tirata di prima… tu scrivi, per caso?
– Sì.
Detto con voce appena sufficiente a farsi sentire.
– E allora, scusa, tu perché scriveresti?
– Per il motivo esattamente opposto al tuo. Ho delle cose dentro, come brufoli che s’infettano e diventano bognoni***. Devo tirarle fuori. Perché non facciano più male. Una volta uscite non servono più a nulla. Le butto.
– No, scusa, butti tutto quello che scrivi? Non ci posso credere…
– Non crederci allora. E smetti di dire scusa, l’hai già ripetuto tre volte. È irritante.
Me ne stetti zitto, anche perché non avrei proprio saputo come replicare. Tornai a contemplare la varietà e la gradazione dei tinteggi.
Fu lui a riaprire le comunicazioni
– Mi serve per vivere.

Io penso.
Ma non mi voglio pensare.
È come una vita non mia.
Non la posso trascinare, strizzare, annusare.
È come un sogno a tempo.
Per quando non saprò più sognare.
È meglio spaccare.
Che almeno si veda.
Sono passato.
Ero presente.

– Ma questa, scusa, ora che me l’hai detta, non potrai più buttarla.
– È tua. E non azzardarti a dirmi più scusa. Se no ti meno. Ciao, ci si vede in giro.
E infatti ci vedemmo in giro. Una città piccola con pochi locali degni di questo nome offre troppe occasioni di convergenza.
Non avemmo più modo di tornare su quella mattina; tra di noi solo frasi di circostanza. Forse non ci fu l’occasione.
E poi a cosa sarebbe servito?
Ci perdemmo di vista.
Qualche anno più tardi un mio conoscente mi disse che era morto, finendo con la bici sotto una macchina.
Mi spiacque. Davvero.
Chissà, forse avrebbe preferito una fine più bohémienne.
Nello stesso frangente venni a sapere che tra le sue carte i  famigliari avevano trovato migliaia di scritti: poesie, racconti. Perfino un paio di romanzi.
Li stanno pubblicando. Dicono che dalle sue parole emerga il senso di svuotamento cui andò incontro la mia generazione.
Figli del ‘68.
Troppo giovani per il ‘77.
Troppo giovani per il Punk.
Allevati nel mito di una crescita infinita del benessere. Senza altro scopo che diventare grandi, belli e ricchi.
La crudeltà d’una adolescenza sul finire degli anni ‘80.
In verità non seppi mai se mi avesse mentito, dicendomi che gettava ogni suo scritto. O se al contrario l’incontro con me lo avesse spinto a conservare le sue opere.
In fondo mi piace pensare sia andata così: la mia eterna e ineludibile aspirazione alla rilevanza.
Se non altro qualcosa di buono lo produsse, alla fine, quell’incontro.
Non scrissi mai la mia seconda poesia.

__________
* squattano: gergale, occupare abusivamente. (da to squat)
** fogone: dialettale, marinare la scuola.
***bognone: dialettale, foruncolo purulento.

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