Io,Vampiro./3

5 maggio 1821.

Un tempo non ci avrei mai e poi mai creduto, ma era vero, anche se la notizia ci raggiunse solo dopo molte settimane.
L’imperatore era morto. Ma nessun “Vive l’Emperor!”avrebbe salutato quell’ultimo respiro: l’impero era solo uno scomodo ricordo. Di cui io ero parte.
Ripensai ai miei vecchi compagni d’armi, a quei pochi che restavano. Qualcuno avrà pianto; qualcuno avrà chinato la testa, o imprecato; qualcun altro ancora avrà alzato il bicchiere, per quelli che non diventarono mai vecchi.
Nessuno – ne sono sicuro – avrà maledetto quel nome: Napoleone Bonaparte.
Era il nostro Generale. Era uno di noi, molto prima di essere il nostro Imperatore.
Ero io a non essere più un soldato. Non ero neppure più un uomo.
Ci trovavamo a Parigi a quel tempo. La città sembrava il luogo ideale per esseri come noi.
In quel vorticoso annodarsi di esistenze, noi potevamo tenerci ai margini, con la sola preoccupazione di osservare quanti scivolavano verso le ombre di un vicolo cieco, o verso la solitudine. Noi saremmo stati lì, in attesa, pronti a fornire l’aiuto desiderato, fosse stato l’assenzio o l’innocente calore di un sorriso.
E puntualmente avremmo riscosso il nostro compenso.
Nel ventre della città si agitavano troppe vite. E troppe morti. Nessuno si sarebbe curato a lungo di un giovane poeta suicida, o di una prostituta annegata nella Senna.
O ancora di un anziano usuraio che prendeva per moglie una graziosa ventenne, e ne accoglieva in casa il fratello veterano. Il vecchio, dopo averci sostentato per molti mesi, lasciò ad Alice una significativa rendita e una casa nelle vicinanze di Place de Grève, dove abitavamo.
Stavo disimparando i sentimenti, mentre scivolavo sempre più profondamente nella mia nuova fame di vita.
E di sangue.
Ma quella notizia mi riportò indietro, come una sferzata di gelido Buran. Mi riportò alla mia casa, ai miei affetti, a quella vita che non poteva più essere mia.
Alice non mi avrebbe mai lasciato andare; ero cosa sua da quando mi aveva strappato alle dita adunche della morte.
Mi aspettava in salotto, intenta a sfogliare un libro di fronte al camino acceso.
– Dovresti leggere questa favola. Parla di noi. L’ha scritta un medico italiano amico di Byron, un tale Polidori. E usa una parola per definire ciò che siamo, un nome che non avevo mai sentito: vampyre.
Anni dopo mi ricordai di quel momento.
Ero a Broadway per la prima di Dracula in versione teatrale, con Bela Lugosi, nel 1927. Una ragazza che stava facendo con me la fila per entrare mi chiese se credessi ai vampiri. Risposi che ne aveva uno davanti proprio in quel momento.
Per un attimo mi guardò stupita, e come una leggera inquietudine sembra increspare i suoi occhi azzurri come piccoli laghi. Ma fu solo un istante. Si mise a ridere – lei si sta burlando di me – sorrisi a mia volta, e mi voltai di nuovo verso l’ingresso.
Vampiro. Un nome, un destino.
– Napoleone è morto.
Alzò lo sguardo dalle pagine, il viso inespressivo al limite della durezza.
– Lo so da quando hai messo piede in questa casa, i tuoi pensieri non hanno segreti per me.
Mi si avvicinò fino ad accarezzarmi la guancia con la punta delle dita, perché potessi sentire la freddezza metallica delle sue unghie.
Era l’alba.
Mi prese la mano e ci ritirammo.
Possiamo camminare in pieno giorno, ma i nostri poteri si acuiscono di notte.
Noi non dormiamo, come facevo anch’io prima di ricevere l’abbraccio. Il nostro sonno è una specie di stasi che serve a rigenerarci e a recuperare velocemente da traumi o ferite, oltre che ad assorbire l’energia che viene dal sangue.
Fu solo dopo molti anni che capii come il sangue fosse solo un tramite, un feticcio, il cui unico scopo era quello di canalizzare la sostanza vitale della vittima.
Oggi non ho più bisogno del sangue, mi basta un giro in metropolitana per accostare chi m’interessa.
E creare il legame.
Da quel momento lui, o lei, senza accorgersene, farà in modo di trovarsi dove io voglio, quando lo voglio. Agli occhi di chi gli sta intorno, la mia preda inizierà a cambiare, a farsi più nervosa, irritabile, depressa. Fino a scivolare lentamente verso il baratro della follia.
Non mi resta che aspettare. La vita moderna è così stressante.
Ma io non scelgo le mie vittime a caso, non sono un animale.
Se lentamente succhio la vita a un dirigente di banca elvetico, o un finanziere di Londra, o a un ricco commerciante cinese o italiano, chi dei due è il vero vampiro?
Non avevo consapevolezza della mia condizione allora. Ero solo un bambino che aveva appena imparato a camminare, mentre Alice mi guidava con mano ferma. Non posso definirlo affetto, né tantomeno amore, quello strano legame che ci univa, eppure io sentivo la sua presenza prima che si manifestasse ai miei occhi, in un modo che tuttora non so spiegare.  Succede la stessa cosa anche con gli altri come noi con cui entro in contatto, ma la sensazione che provavo alla sua presenza è unica e indefinibile.
Ero in qualche modo il suo cucciolo. Non avrei mai potuto ribellarmi.
Ma il pensiero del mio passato si faceva largo tra gli istinti che mi dominavano.
Fuggire divenne il mio pensiero segreto.

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