Archivi del mese: febbraio 2012

#FreeRossellaUrru.

Alle volte capita d’innamorarsi di un sorriso visto solo in fotografia.
E la cosa non accade quasi mai per caso.
Torniamo indietro di qualche mese. Sui siti d’informazione compare una notizia, puntualmente riecheggiata da facebook: una cooperante italiana dell’ong Cisp, Rossella Urru, è stata rapita nel Saharawi da un gruppo di Al Qaeda. Brutta notizia.
Qualche settimana prima la stessa cosa è accaduta a un operatore di Emergency; sarebbe stato liberato solo dopo mesi.
Il fatto che ci sia di mezzo una ragazza, fa scattare in me un istintivo senso di protezione, e allo sgomento che mi assale si mescolano sentimenti diversi, che vanno dalla frustrazione al bisogno di capire.
Il Cisp (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) non lo conosco; non so che tipo di lavoro svolga questa ragazza di ventinove anni in uno sperduto paese africano e cerco di informarmi.
La prima cosa che compare quando ricerchi le parole “ROSSELLA URRU” è una foto.  Una ragazza insieme ad altre persone. Una bella ragazza, di una bellezza molto diversa da quella plastificata a uso e consumo del gossip imperante, massima espressione del luccicante nulla che tenta di inghiottire le nostre esistenze. Una ragazza con un sorriso in grado di disarmare ogni mio dubbio.
Basta perché la cosa occupi uno spazio piccolo, ma non residuale dei miei pensieri. Tra i conti da far quadrare e i progetti per il futuro.
Così capita un giorno che io resti senza acqua minerale in casa (le tubature sono veramente vecchie, altrimenti userei quella del rubinetto purtroppo imbevibile) e scenda per comprarne una bottiglia. E proprio in quel momento mi scopro consapevole di quanto tutti noi diamo per scontate queste piccole cose, come farsi un tè o una doccia calda quando ne abbiamo voglia. Mentre c’è chi invece, per sua scelta, si trasferisce in un posto lontano migliaia di chilometri da casa sua, si priva di cose banali come una chiacchierata al cellulare con un amico, per stare in uno dei paesi più poveri del mondo. E tutto questo per essere d’aiuto a degli sconosciuti.
Ma attenzione, non si pensi che Rossella sia una sprovveduta che s’è andata a cercare dei guai, come magari qualcuno si lascia sfuggire nel retrobottega del proprio cervello. Rossella è una professionista preparata, che nel Saharawi si occupa di coordinare le attività in un campo profughi dove trovano asilo 150.000 persone, con tutta la complessità che deriva dalla condizione in cui si trova a operare.  Rossella non è solo una bella persona.
Non possiamo dare per scontato che esseri umani così esistano. Perdonate la citazione biblica da parte di un non credente, ma sono loro il sale della terra.
Riguardo quella foto e la bellezza di Rossella diventa qualcosa di diverso e ulteriore. Diventa senso. Diventa consapevolezza del valore che sta dietro alla persona, di quanto Rossella sia infinitamente migliore di me e di molte delle persone che ho attorno.
Questa piccola ragazza sarda ha il coraggio che vorrei avere io.
È giusto che torni ad avere la libertà di cui ha bisogno per continuare a fare il suo lavoro.
E renderci orgogliosi di lei.
#freerossella

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Nell’evidenza della notte che incombe.

Io so che la verità è un nascondiglio.
L’ultima linea di fronte contro la realtà.
Celata appena dietro l’orizzonte dei sentimenti.
Dove so farmi scudo della mia attesa.
Come l’ultimo vivo di un grumo di uomini.
Con un pugno di colpi e un picco da difendere.
E la certezza della fine a farmi compagnia.
Appena oltre il limite della paura.
Quando è grato anche il freddo pungente sulle guance.
Come ogni altro indizio di vita.
Appuntisco il mio sguardo sulle forme sottostanti.
Saltando spesso di movimento in movimento.
Con l’unica attenzione al dettaglio.
Mi scopro a setacciare la natura in cerca d’intenzione.
Nell’evidenza della notte che incombe.
Di cespuglio in cespuglio.
Di roccia in rocca.
Scruto un’attesa nemica di occhi arrossati.
E il silenzio inizia a parlarmi con piccoli gesti.
Una mano in lotta coi crampi.
Un sospiro regalato al diaframma.
Silenzio.
Uno sparo.
Un sibilo cade a un metro.
Silenzio.
Non ancora.
Altro sparo.
Non è solo.
Altro sibilo.
Più vicino.
Ma l’ho visto.
Silenzio.
Irrigidisco la mira ispirando tutto il mio coraggio.
Mentre l’aria scioglie un’altra primavera.


(S)barre di avanzamento.

Alle volte penso che il mio lavoro abbia molto a che fare con la geometria. Lineare.
Come amministratore di sistema, la mia occupazione principale consiste nel controllare l’inesorabile avanzata delle barre di avanzamento. Il mio personale contributo al progresso della civiltà.
Sì, avete capito bene. Parlo di quelle simpatiche animazioni che si manifestano talvolta sugli schermi dei nostri pc per dirci: “hey, calma, sto facendo quello che mi hai chiesto, ma non starmi addosso. E soprattutto non cliccare a caso su quella tastiera, non te l’ha mai spiegato nessuno cosa siano i livelli di interrupt? Stupido umano …”
La barra di avanzamento è una delle più geniali e al tempo stesso perniciose invenzioni dell’informatica moderna, la cui sola funzione è quella di illudere l’utente medio circa le sue reali possibilità di controllo sull’elaboratore che ha pagato e legittimamente possiede. Mentre in realtà nessuno al mondo è in grado di sapere con esattezza cosa faccia davvero la macchina infernale che occupa spazio nel nostro salotto o sulla nostra scrivania, soprattutto durante i cosiddetti aggiornamenti. Ai più attenti non sarà sfuggito come proprio durante queste operazioni non manchi mai di comparire una o più di queste enigmatiche barre.
Comunque sia, i suddetti indicatori si presentano in ogni forma e per ogni gusto : colorate, tridimensionali, traslucide, tribali, minimaliste.
Io personalmente preferisco quelle un po’ vintage, in stile ms-dos, roba che possono apprezzare solo i quarantenni come me.
Poi ogni barra ha un suo carattere. E non parlo del font.
Andiamo da quelle di precisione, con tanto di percentuale, adatte per applicazioni industriali tedesche o per videogiochi d’ispirazione nazimilitarista, sempre che ci sia qualche differenza; a quelle vagamente new age, che arrivano al dieci per cento, entrano in meditazione tantrica e si risvegliano solo verso la fine, percorrendo il tratto residuo con la velocità di un bosone incazzato. Ci sono poi le barre alla Hitchcock, con la suspense finale, che ti inchiodano alla sedia bloccandosi al novantotto percento, e lo fanno col tono di sfida di un provetto ciclista in surplace: resettami, forza resettami se hai coraggio.
Nonostante questo rapporto talvolta burrascoso, devo ammettere di dovere molto alle barre di avanzamento. Punteggiano la mia esistenza come le oasi facevano col cammino dei carovanieri.
Servono a donare un meritato stand-by al mio cervello che inizia così a girovagare al dorso dei pensieri, abbracciando di volta in volta le più remote regioni dello scibile umano: dall’astrofisica, alla paleoantropologia, alla cucina nepalese.
Fatto salvo il caso in cui la barra in questione sia in qualche modo coinvolta in un’operazione critica.
L’esempio più tipico è il ripristino di dati erroneamente cancellati. In questo caso l’attenzione sarà fissa allo schermo, con il canonico rivolo di sudore a bordo tempia, e dietro le spalle un utente che alterna crisi di pianto e di rabbia, gridando: ti prego salva il mio foglio di excel, ci tengo su tutta la contabilità delle graffette utilizzate, storico compreso. Se non lo ripristini non sarò più in grado di fare le giacenze e saremo sommersi dalle graffette, oddio non voglio più vivere, buaaaaaaa.
Già perché non importa se il pazzo in questione non si sia mai peritato di farti partecipe dell’importanza vitale del file scomparso, che peraltro è riuscito a cancellare nel modo più definitivo che la natura conosca, col famigerato tasto SHIFT. Solo scalpellando il disco fisso avrebbe potuto fare più danno.
Se il bene non viene recuperato la colpa è e sarà sempre e solo tua.
Perché sei l’amministratore di sistema.
L’unico che possa guardare un  disegno animato per minuti e minuti.
Dicendo che è lavoro.


Milàn, l’è on gran Milàn.

No, perché so’ tutti uguali…
È tutto un magna magna…
Il più pulito c’ha la rogna…
E via così.
Quando si parla di politica in Italia, questo è quello che si sente. E non da oggi, badate bene. Se foste andati in un bar a metà degli anni ottanta, avreste sentito gli stessi identici discorsi. Un po’ perché noi Italiani concepiamo come unica forma di governo l’anarchismo caciarone e intrallazzone, da cui scaturisce la nostra innata avversione alle regole. Un po’ perché ragionare costa fatica, e conformarsi all’andazzo generale è dell’uomo medio. Da sempre.
Le rivoluzioni scientifiche, politiche e artistiche sono affare di una minoranza eroica. Spesso guardata con malcelato disprezzo dai contemporanei.
Poi, diciamo (dalemismo voluto), il ceto politico italiano non è che possa opporre al qualunquismo chissà quale argine di rigore morale e ideale. Spesso basta che si arrivi a gestire livelli infimi di potere, per porsi solo un problema: la propria perpetuazione nel ruolo. E chi favorire o blandire a tal scopo.
Il sindaco di Milano Pisapia, in questi giorni, mi ha dato alcuni buoni motivi per mantenere la mia orgogliosa appartenenza alla sparuta minoranza di quanti pensano la Politica non si debba ridurre a un Risiko senza carrarmatini. Decidete voi se trattasi di minoranza eroica o semplicemente cocciuta.
Il motivo è semplice. Pisapia, infischiandosene dei sondaggi sul voto cattolico e sulle pretattiche calcio-politiche, ha detto quanto segue: i diritti sono diritti indipendentemente dal fatto che tu abbia una relazione con una persona dello stesso tuo sesso. Non solo.
Ha persino avuto l’ardire di modificare il regolamento comunale sull’assegnazione dei contributi a favore delle famiglie disagiate, includendo i legami affettivi non coincidenti con la famiglia tradizionale.
La preferenza sessuale non c’entra. C’è la presa d’atto di un fatto semplice, eppure dirimente: laddove ci sia un rapporto di convivenza certificato in uno stato di famiglia che attesti un legame affettivo, là per lo stato (mi si perdoni il gioco di parole) ci deve essere una famiglia.
Abbastanza per scatenare l’irosa reazione della CEI, secondo la quale l’affetto coincide col sesso praticato. Ovviamente con la benedizione di santa madre chiesa (volutamente in minuscolo).
Persino abbastanza per scatenare la bagarre nel PD. E sarà pure ora che questo ircocefalo politico, che vive solo nelle sventurate lande italiche, si estingua in favore della chiarezza.
Ecco, se a voi tutto questo pare poco, dovreste rimettervi in fase con la realtà. Lo dico soprattutto ai cari compagni di certa sinistra antagonista, che in alcune sue articolazioni sembra, più che altro, avere come principale avversario l’intelligenza.
Non sprecatevi a commentare, e continuate pure a fare quello che vi piace. Sia pure organizzare commemorazioni di Kim Jong Il, o scassare bancomat.
Siete comunque irrilevanti.


Unòrso(non)minòre.

Conoscere artisti per caso.
Con la complicità di Facebook, ad esempio.
Mi è quasi inevitabile da qualche mese a questa parte. La vita digitale mi trascina attraverso connessioni improbabili.
E per questo ancora più grate.
Così mi capitò, ormai qualche settimana fa, d’incrociare tal Unòrsominòre, già noto alle cronache musicali come K dei Lecrevisse; il tutto nella mia totale inconsapevolezza, come spesso accade: faticherei a vedere il talento anche quando mi passasse accanto.
Ci devo proprio inciampare.
Come in effetti successe, con la convergente complicità di un poeta reggiano prestato alla musica, di un concerto nella nebbia di cui già sapete, della cantante di quella sera e del multiverso dei link ipertestuali. Se non capite tutto non lambiccatevi troppo, succede spesso anche a me.
Quello che importa è solo Unòrsominòre, al secolo Emiliano Merlin, autore e principale responsabile – in associazione con Fabio del Min (Non Voglio Che Clara) – del disco che sto riascoltando in questo momento per la n-esima volta, dove n assume un valore superiore a trenta.
Il titolo è “la vita agra”, omaggio all’omonimo romanzo di Bianciardi. Spero ora non vi aspettiate la solita dotta disquisizione da critico musicale sulle influenze, le citazioni e le convergenze musicali. Primo, non ne sono capace. Secondo, ho dalla mia una crassa ignoranza musicale, e un orecchio che stenta a vedere lontane somiglianze tra melodie identiche. Allora la prenderò larga.
Questo disco è come una fotografia dell’oggi illuminata da una lampada di fine anni sessanta.
Io mi sono innamorato perfino della copertina che, non so spiegarlo, mi richiama alla mente certe edizioni scolastiche di quando ero piccolo, soprattutto certi manuali di “Civica”. E in fin dei conti queste dieci canzoni, con la loro precisa fisionomia musicale e narrativa, sono frammenti di un’educazione civile.
L’esempio viene richiamato dall’oblio per gridare “Io non amo il mio padrone, io non ti sarò fedele” e in queste parole, su sfondo quasi combat rock, Unòrsominòre canta l’epicedio riparatore di Giovanni Passannante, condannato a morte per il fallito attentato a Umberto I, cui toccò un’insensata gogna postuma: il proprio cervello esposto in teca, tra i reperti del museo criminologico. Un omaggio alle idiozie lombrosiane, cui solo un comunista, il ministro Diliberto, ebbe il coraggio di porre rimedio, decretandone la sepoltura.
E scusate se sono di parte.
“Il mattino del 26 luglio” è un pugno allo stomaco di questo paese senza coscienza pubblica, in cui basta abbattere il dittatore di turno per scordarsi di chi l’ha portato al potere, dei vizi collettivi che l’hanno sostenuto più delle piazze: “dove vi siete nascosti in questi anni di merda?”
Ma poi arriva ”Perdenti più sani” e riemerge l’ironia amara che serve a far arrivare la critica a una profondità preclusa alla polemica.
“Ci hanno preso tutto” nel titolo e nelle parole fa il paio con i caseggiati del retro di copertina, nel cui privato abbiamo pensato di rifugiarci, mentre non facevamo che diventare “complici e soli”.
Ma la chiosa, il sigillo in calce all’atto di condanna di questi anni è nel testo di “Perfetto così”.

“Nessuno mai potrà convincermi che sono infelice.”

È un disco che chiunque dovrebbe ascoltare con attenzione almeno una volta.
Scusatemi se è poco.