Unòrso(non)minòre.

Conoscere artisti per caso.
Con la complicità di Facebook, ad esempio.
Mi è quasi inevitabile da qualche mese a questa parte. La vita digitale mi trascina attraverso connessioni improbabili.
E per questo ancora più grate.
Così mi capitò, ormai qualche settimana fa, d’incrociare tal Unòrsominòre, già noto alle cronache musicali come K dei Lecrevisse; il tutto nella mia totale inconsapevolezza, come spesso accade: faticherei a vedere il talento anche quando mi passasse accanto.
Ci devo proprio inciampare.
Come in effetti successe, con la convergente complicità di un poeta reggiano prestato alla musica, di un concerto nella nebbia di cui già sapete, della cantante di quella sera e del multiverso dei link ipertestuali. Se non capite tutto non lambiccatevi troppo, succede spesso anche a me.
Quello che importa è solo Unòrsominòre, al secolo Emiliano Merlin, autore e principale responsabile – in associazione con Fabio del Min (Non Voglio Che Clara) – del disco che sto riascoltando in questo momento per la n-esima volta, dove n assume un valore superiore a trenta.
Il titolo è “la vita agra”, omaggio all’omonimo romanzo di Bianciardi. Spero ora non vi aspettiate la solita dotta disquisizione da critico musicale sulle influenze, le citazioni e le convergenze musicali. Primo, non ne sono capace. Secondo, ho dalla mia una crassa ignoranza musicale, e un orecchio che stenta a vedere lontane somiglianze tra melodie identiche. Allora la prenderò larga.
Questo disco è come una fotografia dell’oggi illuminata da una lampada di fine anni sessanta.
Io mi sono innamorato perfino della copertina che, non so spiegarlo, mi richiama alla mente certe edizioni scolastiche di quando ero piccolo, soprattutto certi manuali di “Civica”. E in fin dei conti queste dieci canzoni, con la loro precisa fisionomia musicale e narrativa, sono frammenti di un’educazione civile.
L’esempio viene richiamato dall’oblio per gridare “Io non amo il mio padrone, io non ti sarò fedele” e in queste parole, su sfondo quasi combat rock, Unòrsominòre canta l’epicedio riparatore di Giovanni Passannante, condannato a morte per il fallito attentato a Umberto I, cui toccò un’insensata gogna postuma: il proprio cervello esposto in teca, tra i reperti del museo criminologico. Un omaggio alle idiozie lombrosiane, cui solo un comunista, il ministro Diliberto, ebbe il coraggio di porre rimedio, decretandone la sepoltura.
E scusate se sono di parte.
“Il mattino del 26 luglio” è un pugno allo stomaco di questo paese senza coscienza pubblica, in cui basta abbattere il dittatore di turno per scordarsi di chi l’ha portato al potere, dei vizi collettivi che l’hanno sostenuto più delle piazze: “dove vi siete nascosti in questi anni di merda?”
Ma poi arriva ”Perdenti più sani” e riemerge l’ironia amara che serve a far arrivare la critica a una profondità preclusa alla polemica.
“Ci hanno preso tutto” nel titolo e nelle parole fa il paio con i caseggiati del retro di copertina, nel cui privato abbiamo pensato di rifugiarci, mentre non facevamo che diventare “complici e soli”.
Ma la chiosa, il sigillo in calce all’atto di condanna di questi anni è nel testo di “Perfetto così”.

“Nessuno mai potrà convincermi che sono infelice.”

È un disco che chiunque dovrebbe ascoltare con attenzione almeno una volta.
Scusatemi se è poco.

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