Il sol dell’avvenire.

Ho appena terminato di vedere “Il sol dell’avvenire”.
E’ un documento difficile da affrontare per chi come me continua a definirsi comunista, pur tra mille distinzioni rispetto a quella storia, graffiata dal segno evidente di troppi errori, di troppi orrori.
Io sono entrato in FGCI nella seconda metà degli anni ottanta, in Veneto, dove già essere comunista ti bollava come un pericoloso sovversivo.
Veniva a scuola con me un amico di uno dei figli di Giuseppe Taliercio, direttore della Montedison di Marghera, ucciso dalle BR nel 1981. Conobbi quel ragazzo un pomeriggio, a Mestre, ma seppi solo più tardi chi era.
Il mio essere comunista non prevedeva la violenza. Mi consideravo – e mi considero – in assoluta opposizione rispetto alle Brigate Rosse, che non ho mai considerato appartenenti al mio mondo.
Ma ora, sentendo le parole degli “ex ragazzi dell’appartamento”, vedendo Franceschini che si rallegra del fatto che le BR non presero mai il potere “ …altrimenti avremmo fatto impallidire Pol Pot con le teste di cazzo che avevamo!” capisco che se avessi una ventina d’anni in più e fossi nato a Reggio Emilia, forse quella storia mi avrebbe almeno toccato.
Assistere al pianto dirotto di Paroli mi smuove qualcosa dentro. E non parlo solo di un nodo doloroso alla gola. Sta ricordando l’ultima richiesta di Mario Soldati, militante di Prima Linea “vi prego di farmi meno male possibile” prima di essere strangolato da altri detenuti politici per il solo sospetto di aver rivelato dei segreti dopo un interrogatorio particolarmente pesante. Nel documentario si parla di tortura.
Vado su internet e digito “Mario Soldati Novara Prima Linea” ma trovo un solo link che dice poco o nulla sull’accaduto. E forse capisco.
Capisco che per superare davvero quegli anni è necessaria un’opera di verità, qualcosa di molto simile alla commissione istituita alla fine dell’apartheid in Sudafrica. Penso che quanti si macchiarono di violenze per motivi politici, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni ottanta, a destra come a sinistra, se vogliono tornare a essere cittadini a pieno titolo, debbano dire tutto. Tutto delle coperture, sulle connivenze da parte di chiunque, fossero anche apparati dello stato.
Perché a tanti anni di distanza, i protagonisti tra un po’ se lì porterà via il destino che ci accomuna tutti.
L’unica forma di giustizia che ci serve oggi è la verità, riscontrata e riscontrabile. E non mi si dica che non è possibile. Se Giusva Fioravanti, riconosciuto colpevole con sentenza definitiva della Strage di Bologna (93 vittime) può camminare alla luce del sole, allora non è più una questione di pene da applicare.
Quando saranno passati cinquant’anni, famigliari delle vittime e carnefici saranno tutti morti e le pene non ancora irrogate e scontate a quel punto non avranno più senso. Ma la verità su quegli anni servirà ancora, e non ci resta molto tempo per ricostruirla.
Spento il video mi resta ancora qualcosa. Un’idea che sento più forte ogni giorno.

È il mezzo che giustifica il fine e non viceversa.

PS: Fantastico il commento musicale affidato agli Offlaga Disco Pax.

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