Archivi del mese: aprile 2012

Militanza e GPS.

Il navigatore satellitare è il migliore amico del fan da concerto. Ma io ancora non mi sono arreso a questa evidenza. Ragion per cui, se non fosse stato per due pietosi spacciatori di porchetta, starei ancora vagando per la zona industriale di Brescia, alla disperante ricerca del circolo Arci Vinile45 e del concerto degli OfflagaDiscoPax. Fortunatamente, per una volta tanto le cose sono andate per il verso giusto e sono arrivato sul posto in considerevole anticipo, potendomi godere il concerto dall’inizio.
L’ouverture è “Palazzo Masdoni”, e mentre accenno a seguire il ritmo col capo, penso alla federazione PCI di Reggio protagonista della canzone. Sontuosa.
Ci sono parallelismi che divergono, convergono, si rifasano vicendevolmente. E a volte entrano in risonanza. Come le corde di uno strumento.
Nella mia testa scatta il confronto con la federazione di Treviso, dove io ho incontrato la politica più o meno alla stessa età di Max Collini. La federazione si riduceva a un appartamento, neppure troppo grande, al piano nobile di un palazzo cinquecentesco. Molto dignitoso, ma niente sprechi, per carità, qui siamo in Veneto, se il PCI arriva al venti per cento, è festa vera. Solo Venezia fa eccezione. O per meglio dire Marghera. È lei la macchia rossa che sporca il candore di una regione votata al bianco fiore.
Marghera produceva coscienza di classe esattamente allo stesso modo in cui trasudava quella strana miscela di idrocarburi insolubili che sembra acqua, ma in realtà – come dice Paolini – è un composto brevettato di colore verdastro; serve a donare agli autunni lagunari una nota decadente tanto gradita agli stranieri.
Io, però, non facevo politica a Venezia. Abitavo a Marcon, più precisamente a Gaggio, andavo a scuola a Mogliano, e dunque in onore ad alcune strane regole di competenza territoriale dovevo iscrivermi a Treviso. E così feci, complice un mio amico: Pierre Zanin, che forse ancora se ne pente. Comunque sia, mi iscrissi, non al PCI – non avevo l’età – bensì alla FGCI, o meglio alla Lega Studenti Medi, federata alla FGCI.
Noi comunisti amavamo questa pletora di entità sovrapponibili. Forse perché ci davano l’idea di essere molti di più di quanti non fossimo. Col risultato che tra FGCI, PCI, ARCI, CGIL, ANPI, Legambiente, Italia-Urss, Italia-Cuba, Italia-Nicaragua, Italia-DDR, Italia-ecc, ti ritrovavi in tasca quasi un chilo e due di tessere. L’introduzione delle card plastificate a fine anni ottanta migliorò certi squilibri ponderali, ma fu anche il chiaro presagio di ciò che sarebbe accaduto.
Ad ogni buon conto, la Federazione provinciale della FGCI – che i compagni anziani chiamavano “i giovani”, con un misto di sufficienza e fastidio – consisteva in un box in alluminio ricavato in uno dei corridoi. Quattro metri quadri in tutto, più o meno lo spazio abitabile di una navicella Soyuz.
Naturale pensare alla politica come a una relazione molto intima. Qualcuno probabilmente visse quell’aggettivo in modo letterale, ma la cosa all’epoca non mi toccò neppure di striscio. Purtroppo.
Ascolto le parole di Max in questa intervista, mentre racconta di sua madre che arriva in federazione con le paste per scoprire “dove viva suo figlio”, e non posso impedirmi di riconoscere nella mia educazione politica una parte ineludibile del mio percorso di crescita. Ingenuità incluse.
Mi ricordo, distintamente, la domanda che, con una certa improntitudine, rivolsi all’allora Segretario provinciale, in coda a una riunione sulla situazione politica. Una di quelle prolusioni che Togliatti avrebbe chiosato come “brevi cenni sull’universo”.
La domanda era più o meno questa: scusate, ma non ho capito, noi la rivoluzione la vogliamo fare, sì o no?
Un silenzio da morgue calò sugli sparuti partecipanti. Funelli, il segretario, sì schiarì la voce e, al netto di molte inutili parole, disse pressapoco questo: guarda, fosse per noi, no, solo che nel nome abbiamo ancora quell’aggettivo, comunista, sai com’è…
Sì, so com’è.
Come seppi in seguito che Funelli fu tra i più convinti sostenitori della svolta di Occhetto.
Peccato che al tempo non avessero ancora inventato i navigatori satellitari. Forse Occhetto si sarebbe accorto che dietro quella svolta c’era un burrone.

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Fondamentalismi.

L’altra sera (mercoledì 18 aprile N.d.A.) mentre stavo cercando di arrivare al Live in tempo per il concerto dei “The Stranglers” – grandissimi, nonostante le assenze – armeggiando con le stazioni alla disperata ricerca di un po’ di buona musica, incappo in Radio Maria. Complice un camion refrattario al sorpasso, indugio sul canale più del necessario e finisco per prestare attenzione alle parole del conduttore.
Sta leggendo alcuni brani riguardanti la prima crociata (sic!). Quella di Goffredo di Buglione, tanto per intendersi.
Mi ha colpito particolarmente il passo in cui si paragonavano i crociati in processione, dopo il massacro seguito alla caduta di Gerusalemme, a dei monaci usciti da un eremo. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una strage di proporzioni immani, in cui furono barbaramente assassinati mussulmani ed ebrei, e pure qualche cristiano di rito orientale, senza particolari preferenze. Ecumenismo ante litteram.
Mentre ascoltavo basito, ho sentito distintamente un brivido salirmi lungo la schiena, prima di ricordarmi – con un certo sollievo –  che il papa di Roma non può più emettere e far eseguire condanne a morte.
Per fortuna.


Odio la filosofia.

Odio la filosofia
per il suo scambiare la ridefinizione
di un problema
con la sua soluzione.
Odio la filosofia
per l’impudenza del giudizio
per la vaghezza incolmabile degli assunti
per il suo scambiare il sapere
con la sua ostentazione.
Odio il fragore delle sue metafore
il livore della sua incomprensibilità programmata
il suo arrogarsi il privilegio di ogni perché
lasciando i come
alla scienza.
Odio la filosofia
perché la scienza può agire il male
ma è la filosofia che lo giustifica.


Divagazioni/2

Alle volte penso ci si debba sforzare di praticare la propria non aderenza al mondo senza sfrontatezza.
La società moderna tollera gli stili di vita alternativi perché sono riconoscibili nel loro essere un corpo estraneo, non sono in grado di contaminare la realtà proprio in ragione di quella differenza ostentata.
Vedere una persona in giacca e cravatta, rasato e pettinato, mentre ti dice con modi compiti che lo stato mente, che le istituzioni finanziarie mentono, che le religioni e le principali forze politiche mentono anch’esse, che questo mondo è una casa diroccata non più ristrutturabile, che si può solo abbattere e ricostruire dalle fondamenta.
Questo sì sarebbe rivoluzionario.


12 Aprile 1961.

Alla fine, quando il razzo è sparito dalla vista, resta nel cielo solo la scia dei gas esausti.
Persistente.
Ma mai come il ronzio dei timpani ebbri di potenza.
Nessuno se ne cura, comunque. Tutti guardano verso un punto nel cielo, dove un uomo, da solo, spinge più in alto il confine del possibile.
A ben vedere, la cosa più divertente è che il culmine della carriera per Yuri Gagarin, pilota di aeroplano, sia stata in realtà una lunga caduta.
Sotto altra forma.
Grazie Yuri.


Divagazioni/1

C’è chi si lamenta della società dell’informazione, del fatto che ci troveremmo immersi in un mare di nozioni in cui si rischia di rimanere costantemente in superficie.
Ho letto da qualche parte che oggi un europeo qualsiasi riceve in un giorno più informazioni di quante gli sarebbero potute pervenire in una vita intera, appena duecento anni fa. Ne ha dell’incredibile.
Chi lamenta, con apparente maggior foga, la fine dei riti legati al mondo della cultura è soprattutto l’establishment culturale. Il che è quantomeno sospetto.
Qualcosa in tutto questo mi ricorda la lotta per la desacralizzazione del fuoco che riecheggia nel mito di Prometeo: se il fuoco è di tutti e per tutti, i sacerdoti che lo custodiscono perdono qualsiasi potere.
In altre parole, se la distribuzione di contenuti culturali esce dagli schemi accademici, i moderni sacerdoti delle cosiddette scienze umane – più invecchio e più mi trovo d’accordo con Feynman, su un’applicazione restrittiva dell’aggettivo “scientifico” – perdono il loro potere di controllo su ciò che è cultura e su ciò che non lo è. Un potere assolutamente soggettivo, discrezionale e diretto a perpetuare sé stessi come ceto.
È davvero un male?