Divagazioni/1

C’è chi si lamenta della società dell’informazione, del fatto che ci troveremmo immersi in un mare di nozioni in cui si rischia di rimanere costantemente in superficie.
Ho letto da qualche parte che oggi un europeo qualsiasi riceve in un giorno più informazioni di quante gli sarebbero potute pervenire in una vita intera, appena duecento anni fa. Ne ha dell’incredibile.
Chi lamenta, con apparente maggior foga, la fine dei riti legati al mondo della cultura è soprattutto l’establishment culturale. Il che è quantomeno sospetto.
Qualcosa in tutto questo mi ricorda la lotta per la desacralizzazione del fuoco che riecheggia nel mito di Prometeo: se il fuoco è di tutti e per tutti, i sacerdoti che lo custodiscono perdono qualsiasi potere.
In altre parole, se la distribuzione di contenuti culturali esce dagli schemi accademici, i moderni sacerdoti delle cosiddette scienze umane – più invecchio e più mi trovo d’accordo con Feynman, su un’applicazione restrittiva dell’aggettivo “scientifico” – perdono il loro potere di controllo su ciò che è cultura e su ciò che non lo è. Un potere assolutamente soggettivo, discrezionale e diretto a perpetuare sé stessi come ceto.
È davvero un male?

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