Militanza e GPS.

Il navigatore satellitare è il migliore amico del fan da concerto. Ma io ancora non mi sono arreso a questa evidenza. Ragion per cui, se non fosse stato per due pietosi spacciatori di porchetta, starei ancora vagando per la zona industriale di Brescia, alla disperante ricerca del circolo Arci Vinile45 e del concerto degli OfflagaDiscoPax. Fortunatamente, per una volta tanto le cose sono andate per il verso giusto e sono arrivato sul posto in considerevole anticipo, potendomi godere il concerto dall’inizio.
L’ouverture è “Palazzo Masdoni”, e mentre accenno a seguire il ritmo col capo, penso alla federazione PCI di Reggio protagonista della canzone. Sontuosa.
Ci sono parallelismi che divergono, convergono, si rifasano vicendevolmente. E a volte entrano in risonanza. Come le corde di uno strumento.
Nella mia testa scatta il confronto con la federazione di Treviso, dove io ho incontrato la politica più o meno alla stessa età di Max Collini. La federazione si riduceva a un appartamento, neppure troppo grande, al piano nobile di un palazzo cinquecentesco. Molto dignitoso, ma niente sprechi, per carità, qui siamo in Veneto, se il PCI arriva al venti per cento, è festa vera. Solo Venezia fa eccezione. O per meglio dire Marghera. È lei la macchia rossa che sporca il candore di una regione votata al bianco fiore.
Marghera produceva coscienza di classe esattamente allo stesso modo in cui trasudava quella strana miscela di idrocarburi insolubili che sembra acqua, ma in realtà – come dice Paolini – è un composto brevettato di colore verdastro; serve a donare agli autunni lagunari una nota decadente tanto gradita agli stranieri.
Io, però, non facevo politica a Venezia. Abitavo a Marcon, più precisamente a Gaggio, andavo a scuola a Mogliano, e dunque in onore ad alcune strane regole di competenza territoriale dovevo iscrivermi a Treviso. E così feci, complice un mio amico: Pierre Zanin, che forse ancora se ne pente. Comunque sia, mi iscrissi, non al PCI – non avevo l’età – bensì alla FGCI, o meglio alla Lega Studenti Medi, federata alla FGCI.
Noi comunisti amavamo questa pletora di entità sovrapponibili. Forse perché ci davano l’idea di essere molti di più di quanti non fossimo. Col risultato che tra FGCI, PCI, ARCI, CGIL, ANPI, Legambiente, Italia-Urss, Italia-Cuba, Italia-Nicaragua, Italia-DDR, Italia-ecc, ti ritrovavi in tasca quasi un chilo e due di tessere. L’introduzione delle card plastificate a fine anni ottanta migliorò certi squilibri ponderali, ma fu anche il chiaro presagio di ciò che sarebbe accaduto.
Ad ogni buon conto, la Federazione provinciale della FGCI – che i compagni anziani chiamavano “i giovani”, con un misto di sufficienza e fastidio – consisteva in un box in alluminio ricavato in uno dei corridoi. Quattro metri quadri in tutto, più o meno lo spazio abitabile di una navicella Soyuz.
Naturale pensare alla politica come a una relazione molto intima. Qualcuno probabilmente visse quell’aggettivo in modo letterale, ma la cosa all’epoca non mi toccò neppure di striscio. Purtroppo.
Ascolto le parole di Max in questa intervista, mentre racconta di sua madre che arriva in federazione con le paste per scoprire “dove viva suo figlio”, e non posso impedirmi di riconoscere nella mia educazione politica una parte ineludibile del mio percorso di crescita. Ingenuità incluse.
Mi ricordo, distintamente, la domanda che, con una certa improntitudine, rivolsi all’allora Segretario provinciale, in coda a una riunione sulla situazione politica. Una di quelle prolusioni che Togliatti avrebbe chiosato come “brevi cenni sull’universo”.
La domanda era più o meno questa: scusate, ma non ho capito, noi la rivoluzione la vogliamo fare, sì o no?
Un silenzio da morgue calò sugli sparuti partecipanti. Funelli, il segretario, sì schiarì la voce e, al netto di molte inutili parole, disse pressapoco questo: guarda, fosse per noi, no, solo che nel nome abbiamo ancora quell’aggettivo, comunista, sai com’è…
Sì, so com’è.
Come seppi in seguito che Funelli fu tra i più convinti sostenitori della svolta di Occhetto.
Peccato che al tempo non avessero ancora inventato i navigatori satellitari. Forse Occhetto si sarebbe accorto che dietro quella svolta c’era un burrone.

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