Archivi del mese: luglio 2012

Igrometria Padana.

Il mare così lontano sembra non esistere.
Qui non arriva la risacca.
È un lusso perfino immaginarla.
Solo caldo e rabbia a macinare.
Attraverso le ruote dentate del tempo.
Comodamente disponibile in secondi.
Minuti presi a prestito da altro.
Per leggere e scrivere e di rado pensare.
Mentre la sera sgocciola via.
Come la sensazione di essere puliti.
Troppo poco dopo l’ennesima doccia.
Annusi l’aria in cerca di vento.
L’afa risponde con capricci di bambini annoiati.
E bestemmie di vecchi in golfino anche a luglio.
Intenti a far provvista di caldo.
Per quando non avranno più freddo.
E tu lasci scivolare il sudore sulla tempia.
Pare quasi sacrilego fermarlo.
Quando non è di fatica.
Intanto il cielo frinisce un blu sorprendente.
Sbattuto in faccia alla notte sorniona.
Di gabbiani neppure l’ombra.
Se li saranno mangiati le zanzare.

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Petrina, senza Debora.

Debora Petrina suona dal vivo al Botanique 3.0, lo dico a un amico (ne ho anche qualcuno che non capisce nulla di musica) e posso leggere cosa passi nella testa del mio interlocutore, quasi fosse un’insegna luminosa a Time Square.

… JUST ANOTHER INDIE FEMALE SINGER OF YOUR OWN KIND…

A parte che vorrei tanto sapere cosa abbiate contro le cantanti (e gli artisti uomini) indie in generale – e non cito gli esempi di puro talento che ho conosciuto per non scadere nella piaggeria, ma in questo caso sappiate che state prendendo un enorme, preistorico e cattivissimo granchio.

Debora Petrina ha un curriculum di tutto rispetto come pianista di musica contemporanea: il suo primo album è una raccolta di inediti di Morton Feldman (della cui esistenza molto probabilmente non avrei saputo altrimenti).
Lo potete trovare qui.

Comunque sia a Cage, Feldman e dissonanze varie, Debora Petrina alterna puntate nella musica che un tempo si sarebbe definita leggera, lasciando a casa per l’occasione il nome di battesimo, come una sua celebre conterranea, per portare in tour solo il cognome: Petrina.

Oltre al cognome suddetto, sul palco martedì sera c’erano anche Mirko Di Cataldo, controparte cordofona della protagonista, e la novità per me assoluta di un batterista di grande valore, Tommaso Cappellato, omaggiato nella scaletta con “Drum me”, divertente excursus sui difficili rapporti tra la cantante e i suonatori di tamburi. Cappellato aggiunge con discrezione un sapore vagamente jazz ad alcuni arrangiamenti e pur non essendo un estimatore del genere mi dichiaro soddisfatto dell’esperimento.

Devo dire che i duecento e passa chilometri di viaggio sono valsi pena e gasolio. Erano almeno un paio d’anni che aspettavo di assistere per intero a un concerto di questa artista selezionata da David Byrne (ipse!) per entrare nella playlist italiana della sua web radio. L’avevo già vista al Mei a Faenza, l’anno scorso, per tre indimenticabili pezzi, tra cui una versione molto elettronica di “Miles”, che comunque amerei alla follia anche arrangiata per un ensemble di Corni Tibetani.

Debora, da dietro il suo Clavia Nord, tiene il pubblico in bilico tra nursery rhymes e incursioni atonali, solcando in lungo e in largo lo spazio offerto dalla forma canzone, con intento dichiaratamente sperimentale, ma sempre tenendosi alla larga da qualsiasi forma di autocompiacimento, e con un risultato altamente godibile anche per orecchie poco raffinate come le mie. Dal pubblico Petrina è ricambiata con un’attenzione nient’affatto scontata in una manifestazione estiva come il Botanique.

Credo sia tornata a Padova soddisfatta, di questa – per sua ammissione – data zero.

Che dire per concludere? La mia regione di origine mi dà parecchi motivi di delusione ultimamente.
E qualche rara ragione d’orgoglio.

Debora e la sua musica stanno saldamente tra le seconde.