Archivi del mese: settembre 2012

Profondo Bianco.

Avete mai ascoltato Robespierre degli Offlaga Disco Pax? Se la vostra risposta è no, fatelo. Se invece la conoscete, prendete quella canzone, rovesciatela – come Marx fece con la dialettica hegeliana – e otterrete la mia infanzia e prima adolescenza.
Dove sono cresciuto io, la Democrazia Cristiana era la Balena Bianca, con percentuali ben oltre la maggioranza assoluta appena si abbandonavano i centri vicini alle zone industriali di Marghera.
Altro che “sei per cento”.
Croci e madonne erano ovunque.
La toponomastica non poteva non risentirne: le intitolazioni a santi, papi e prevosti, di strade, piazze e perfino località si sprecavano.
Tra tutti m’impressionavano particolarmente i nomi che facevano più forza sulla capacità di astrazione, vagheggiando immaginari esseri alati: san Michele arcangelo, ad esempio. Ha goduto di una certa popolarità all’epoca dei cavalieri, di cui era compatrono insieme a san Giorgio – diventato santo per aver ucciso un drago. Un antesignano di Harry Potter insomma.
La chiesa di allora cavalcava con grande successo il genere fantastico, e riempiva le cattedrali di chimere, ippogrifi e ogni altra figura immaginaria.
D’altronde ripubblicano ancora oggi una pietra miliare del fantasy.
Meno fortuna, tra i fedeli, ha invece incontrato nel tempo “Azraele”, l’angelo della morte, il cui nome vagamente floreale non ci risulta attestato in alcun registro parrocchiale.
Cattolici sì, ma pur sempre scaramantici.
Mia madre è anche stata catechista per un po’, e a casa mia di parroci a mangiare ne abbiamo avuti più d’uno.
Una sera è venuto addirittura uno del PIME, dritto dall’Amazzonia. Se avete visto Aprile di Paolini sapete di cosa sto parlando.
Un tal mio omonimo Carraro, locale esponente del PCI, che in quelle lande era assimilato senza grosse differenze a un pericoloso gruppo terrorista, un giorno fece qualcosa di coraggioso e inaudito: presentò un esposto per moderare il volume della campane, in modo da consentire un sonno indisturbato ai poveri turnisti che abitavano in prossimità della chiesa.
Scandalo.
Nelle parole delle beghine di paese, quella semplice richiesta di moderazione suonò come una dichiarazione di guerra, e il povero compagno Carraro dovette sembrare un emissario delle forze del Male. Personalmente questo accostamento non mi avrebbe dato particolarmente fastidio; io quando guardo i film parteggio sempre per i cattivi. Sarà che non mi piacciono le vittime predestinate.
La cosa, ad ogni buon conto, suscitò in me una vivida impressione. In realtà mi ero rotto le palle di andare a messa tutte le domeniche, e quel compagno divenne il simbolo del mio diritto a poltrire fino a tardi.
E poi Berlinguer era una brava persona.
Ecco, ero diventato comunista.
Comunque sia, l’iniziativa del compagno Carraro divenne un caso politico, e a quanto mi risulta, in ossequio al famoso dialogo con i cattolici democratici e di sinistra – che possiamo catalogare, insieme a chimere e ippogrifi, tra le creature di pura fantasia – il promotore venne costretto a desistere, facendo leva su un centralismo democratico ormai al crepuscolo.
Di lì a poco avrei abbandonato il Veneto, senza troppo reciproco rimpianto, alla volta dell’Emilia, che a me allora sembrava più o meno un’enclave dell’Unione Sovietica in Italia. Una specie di paradiso – rigorosamente socialista, sempre per citare gli ODP – in cui avrei potuto finalmente professare le mie opinioni senza essere additato come un seguace della Bestia. Con anatemi annessi.
E fu così che la mia nuova città, Parma, mi diede il suo caldo benvenuto, per mezzo di una scritta che i miei solerti compagni di classe mi fecero trovare sulla lavagna il secondo giorno di scuola:

FUORI LO SLAVO DALLA CLASSE.

Fu con mio sommo scorno che scoprii di essere finito in un covo di democristi.
E c’erano pure un paio di fascistelli del Fronte.
Con una sola notevole eccezione, Serena, ma questa è un’altra storia.
Davanti a cotanta dimostrazione di ospitalità emiliana ebbi una rivelazione: forse Cristo s’è fermato ad Eboli.
Ma di sicuro Lenin non ha varcato il ponte sull’Enza.


70s

Ci hanno lasciati in mezzo al tempo come boe.

Generazione abbandonata e non perduta.

Che poi come ti perdi quando non ti sei mai trovato?

Trovato bene qualche volta con gli amici.

Quelli che allora dove si va?

E la sera passa in rassegna i soliti locali.

Senza troppa convinzione.

Vuoi che la birra fa cagare.

Vuoi che la gente fa cagare.

Vuoi che forse fai cagare tu.

Perché hai ancora qualche speranza.

Stropicciata come boxer fuori moda.

Nel cassetto delle mutande.

Ma proprio in fondo.

Meglio un termosifone di una speranza.

A Gennaio.