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Petrina, senza Debora.

Debora Petrina suona dal vivo al Botanique 3.0, lo dico a un amico (ne ho anche qualcuno che non capisce nulla di musica) e posso leggere cosa passi nella testa del mio interlocutore, quasi fosse un’insegna luminosa a Time Square.

… JUST ANOTHER INDIE FEMALE SINGER OF YOUR OWN KIND…

A parte che vorrei tanto sapere cosa abbiate contro le cantanti (e gli artisti uomini) indie in generale – e non cito gli esempi di puro talento che ho conosciuto per non scadere nella piaggeria, ma in questo caso sappiate che state prendendo un enorme, preistorico e cattivissimo granchio.

Debora Petrina ha un curriculum di tutto rispetto come pianista di musica contemporanea: il suo primo album è una raccolta di inediti di Morton Feldman (della cui esistenza molto probabilmente non avrei saputo altrimenti).
Lo potete trovare qui.

Comunque sia a Cage, Feldman e dissonanze varie, Debora Petrina alterna puntate nella musica che un tempo si sarebbe definita leggera, lasciando a casa per l’occasione il nome di battesimo, come una sua celebre conterranea, per portare in tour solo il cognome: Petrina.

Oltre al cognome suddetto, sul palco martedì sera c’erano anche Mirko Di Cataldo, controparte cordofona della protagonista, e la novità per me assoluta di un batterista di grande valore, Tommaso Cappellato, omaggiato nella scaletta con “Drum me”, divertente excursus sui difficili rapporti tra la cantante e i suonatori di tamburi. Cappellato aggiunge con discrezione un sapore vagamente jazz ad alcuni arrangiamenti e pur non essendo un estimatore del genere mi dichiaro soddisfatto dell’esperimento.

Devo dire che i duecento e passa chilometri di viaggio sono valsi pena e gasolio. Erano almeno un paio d’anni che aspettavo di assistere per intero a un concerto di questa artista selezionata da David Byrne (ipse!) per entrare nella playlist italiana della sua web radio. L’avevo già vista al Mei a Faenza, l’anno scorso, per tre indimenticabili pezzi, tra cui una versione molto elettronica di “Miles”, che comunque amerei alla follia anche arrangiata per un ensemble di Corni Tibetani.

Debora, da dietro il suo Clavia Nord, tiene il pubblico in bilico tra nursery rhymes e incursioni atonali, solcando in lungo e in largo lo spazio offerto dalla forma canzone, con intento dichiaratamente sperimentale, ma sempre tenendosi alla larga da qualsiasi forma di autocompiacimento, e con un risultato altamente godibile anche per orecchie poco raffinate come le mie. Dal pubblico Petrina è ricambiata con un’attenzione nient’affatto scontata in una manifestazione estiva come il Botanique.

Credo sia tornata a Padova soddisfatta, di questa – per sua ammissione – data zero.

Che dire per concludere? La mia regione di origine mi dà parecchi motivi di delusione ultimamente.
E qualche rara ragione d’orgoglio.

Debora e la sua musica stanno saldamente tra le seconde.


Signor Presidente.

Signor Presidente, con tutto il rispetto che le devo.
La patria che lei festeggia con armi e parate non è la mia Patria.
La mia Patria la cerchi, se vuole, tra i sassi sbrecciati di una casa che non esiste più.
La mia Patria la cerchi, se vuole, nella telefonata dei carabinieri che arriva all’improvviso e ti serra la gola.
La mia Patria la cerchi, se vuole, negli occhi di chi ha visto una vita intera cadere giù in un lampo.
La mia Patria la cerchi, se vuole, nelle mani nude che strappano una vita alle macerie.
La mia Patria la cerchi, se vuole, nella gioia improvvisa di chi non aveva più speranza.
Signor Presidente, la mia Patria è la Repubblica e la sua Costituzione.
Non qualche Carro Armato fatto sfilare a uso di clienti interessati, paganti, e spesso criminali.
Se vuole festeggiare la mia Patria, Signor Presidente, il 2 giugno sa dove trovarla.


Il sol dell’avvenire.

Ho appena terminato di vedere “Il sol dell’avvenire”.
E’ un documento difficile da affrontare per chi come me continua a definirsi comunista, pur tra mille distinzioni rispetto a quella storia, graffiata dal segno evidente di troppi errori, di troppi orrori.
Io sono entrato in FGCI nella seconda metà degli anni ottanta, in Veneto, dove già essere comunista ti bollava come un pericoloso sovversivo.
Veniva a scuola con me un amico di uno dei figli di Giuseppe Taliercio, direttore della Montedison di Marghera, ucciso dalle BR nel 1981. Conobbi quel ragazzo un pomeriggio, a Mestre, ma seppi solo più tardi chi era.
Il mio essere comunista non prevedeva la violenza. Mi consideravo – e mi considero – in assoluta opposizione rispetto alle Brigate Rosse, che non ho mai considerato appartenenti al mio mondo.
Ma ora, sentendo le parole degli “ex ragazzi dell’appartamento”, vedendo Franceschini che si rallegra del fatto che le BR non presero mai il potere “ …altrimenti avremmo fatto impallidire Pol Pot con le teste di cazzo che avevamo!” capisco che se avessi una ventina d’anni in più e fossi nato a Reggio Emilia, forse quella storia mi avrebbe almeno toccato.
Assistere al pianto dirotto di Paroli mi smuove qualcosa dentro. E non parlo solo di un nodo doloroso alla gola. Sta ricordando l’ultima richiesta di Mario Soldati, militante di Prima Linea “vi prego di farmi meno male possibile” prima di essere strangolato da altri detenuti politici per il solo sospetto di aver rivelato dei segreti dopo un interrogatorio particolarmente pesante. Nel documentario si parla di tortura.
Vado su internet e digito “Mario Soldati Novara Prima Linea” ma trovo un solo link che dice poco o nulla sull’accaduto. E forse capisco.
Capisco che per superare davvero quegli anni è necessaria un’opera di verità, qualcosa di molto simile alla commissione istituita alla fine dell’apartheid in Sudafrica. Penso che quanti si macchiarono di violenze per motivi politici, tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni ottanta, a destra come a sinistra, se vogliono tornare a essere cittadini a pieno titolo, debbano dire tutto. Tutto delle coperture, sulle connivenze da parte di chiunque, fossero anche apparati dello stato.
Perché a tanti anni di distanza, i protagonisti tra un po’ se lì porterà via il destino che ci accomuna tutti.
L’unica forma di giustizia che ci serve oggi è la verità, riscontrata e riscontrabile. E non mi si dica che non è possibile. Se Giusva Fioravanti, riconosciuto colpevole con sentenza definitiva della Strage di Bologna (93 vittime) può camminare alla luce del sole, allora non è più una questione di pene da applicare.
Quando saranno passati cinquant’anni, famigliari delle vittime e carnefici saranno tutti morti e le pene non ancora irrogate e scontate a quel punto non avranno più senso. Ma la verità su quegli anni servirà ancora, e non ci resta molto tempo per ricostruirla.
Spento il video mi resta ancora qualcosa. Un’idea che sento più forte ogni giorno.

È il mezzo che giustifica il fine e non viceversa.

PS: Fantastico il commento musicale affidato agli Offlaga Disco Pax.


#FreeRossellaUrru.

Alle volte capita d’innamorarsi di un sorriso visto solo in fotografia.
E la cosa non accade quasi mai per caso.
Torniamo indietro di qualche mese. Sui siti d’informazione compare una notizia, puntualmente riecheggiata da facebook: una cooperante italiana dell’ong Cisp, Rossella Urru, è stata rapita nel Saharawi da un gruppo di Al Qaeda. Brutta notizia.
Qualche settimana prima la stessa cosa è accaduta a un operatore di Emergency; sarebbe stato liberato solo dopo mesi.
Il fatto che ci sia di mezzo una ragazza, fa scattare in me un istintivo senso di protezione, e allo sgomento che mi assale si mescolano sentimenti diversi, che vanno dalla frustrazione al bisogno di capire.
Il Cisp (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) non lo conosco; non so che tipo di lavoro svolga questa ragazza di ventinove anni in uno sperduto paese africano e cerco di informarmi.
La prima cosa che compare quando ricerchi le parole “ROSSELLA URRU” è una foto.  Una ragazza insieme ad altre persone. Una bella ragazza, di una bellezza molto diversa da quella plastificata a uso e consumo del gossip imperante, massima espressione del luccicante nulla che tenta di inghiottire le nostre esistenze. Una ragazza con un sorriso in grado di disarmare ogni mio dubbio.
Basta perché la cosa occupi uno spazio piccolo, ma non residuale dei miei pensieri. Tra i conti da far quadrare e i progetti per il futuro.
Così capita un giorno che io resti senza acqua minerale in casa (le tubature sono veramente vecchie, altrimenti userei quella del rubinetto purtroppo imbevibile) e scenda per comprarne una bottiglia. E proprio in quel momento mi scopro consapevole di quanto tutti noi diamo per scontate queste piccole cose, come farsi un tè o una doccia calda quando ne abbiamo voglia. Mentre c’è chi invece, per sua scelta, si trasferisce in un posto lontano migliaia di chilometri da casa sua, si priva di cose banali come una chiacchierata al cellulare con un amico, per stare in uno dei paesi più poveri del mondo. E tutto questo per essere d’aiuto a degli sconosciuti.
Ma attenzione, non si pensi che Rossella sia una sprovveduta che s’è andata a cercare dei guai, come magari qualcuno si lascia sfuggire nel retrobottega del proprio cervello. Rossella è una professionista preparata, che nel Saharawi si occupa di coordinare le attività in un campo profughi dove trovano asilo 150.000 persone, con tutta la complessità che deriva dalla condizione in cui si trova a operare.  Rossella non è solo una bella persona.
Non possiamo dare per scontato che esseri umani così esistano. Perdonate la citazione biblica da parte di un non credente, ma sono loro il sale della terra.
Riguardo quella foto e la bellezza di Rossella diventa qualcosa di diverso e ulteriore. Diventa senso. Diventa consapevolezza del valore che sta dietro alla persona, di quanto Rossella sia infinitamente migliore di me e di molte delle persone che ho attorno.
Questa piccola ragazza sarda ha il coraggio che vorrei avere io.
È giusto che torni ad avere la libertà di cui ha bisogno per continuare a fare il suo lavoro.
E renderci orgogliosi di lei.
#freerossella


Milàn, l’è on gran Milàn.

No, perché so’ tutti uguali…
È tutto un magna magna…
Il più pulito c’ha la rogna…
E via così.
Quando si parla di politica in Italia, questo è quello che si sente. E non da oggi, badate bene. Se foste andati in un bar a metà degli anni ottanta, avreste sentito gli stessi identici discorsi. Un po’ perché noi Italiani concepiamo come unica forma di governo l’anarchismo caciarone e intrallazzone, da cui scaturisce la nostra innata avversione alle regole. Un po’ perché ragionare costa fatica, e conformarsi all’andazzo generale è dell’uomo medio. Da sempre.
Le rivoluzioni scientifiche, politiche e artistiche sono affare di una minoranza eroica. Spesso guardata con malcelato disprezzo dai contemporanei.
Poi, diciamo (dalemismo voluto), il ceto politico italiano non è che possa opporre al qualunquismo chissà quale argine di rigore morale e ideale. Spesso basta che si arrivi a gestire livelli infimi di potere, per porsi solo un problema: la propria perpetuazione nel ruolo. E chi favorire o blandire a tal scopo.
Il sindaco di Milano Pisapia, in questi giorni, mi ha dato alcuni buoni motivi per mantenere la mia orgogliosa appartenenza alla sparuta minoranza di quanti pensano la Politica non si debba ridurre a un Risiko senza carrarmatini. Decidete voi se trattasi di minoranza eroica o semplicemente cocciuta.
Il motivo è semplice. Pisapia, infischiandosene dei sondaggi sul voto cattolico e sulle pretattiche calcio-politiche, ha detto quanto segue: i diritti sono diritti indipendentemente dal fatto che tu abbia una relazione con una persona dello stesso tuo sesso. Non solo.
Ha persino avuto l’ardire di modificare il regolamento comunale sull’assegnazione dei contributi a favore delle famiglie disagiate, includendo i legami affettivi non coincidenti con la famiglia tradizionale.
La preferenza sessuale non c’entra. C’è la presa d’atto di un fatto semplice, eppure dirimente: laddove ci sia un rapporto di convivenza certificato in uno stato di famiglia che attesti un legame affettivo, là per lo stato (mi si perdoni il gioco di parole) ci deve essere una famiglia.
Abbastanza per scatenare l’irosa reazione della CEI, secondo la quale l’affetto coincide col sesso praticato. Ovviamente con la benedizione di santa madre chiesa (volutamente in minuscolo).
Persino abbastanza per scatenare la bagarre nel PD. E sarà pure ora che questo ircocefalo politico, che vive solo nelle sventurate lande italiche, si estingua in favore della chiarezza.
Ecco, se a voi tutto questo pare poco, dovreste rimettervi in fase con la realtà. Lo dico soprattutto ai cari compagni di certa sinistra antagonista, che in alcune sue articolazioni sembra, più che altro, avere come principale avversario l’intelligenza.
Non sprecatevi a commentare, e continuate pure a fare quello che vi piace. Sia pure organizzare commemorazioni di Kim Jong Il, o scassare bancomat.
Siete comunque irrilevanti.


Unòrso(non)minòre.

Conoscere artisti per caso.
Con la complicità di Facebook, ad esempio.
Mi è quasi inevitabile da qualche mese a questa parte. La vita digitale mi trascina attraverso connessioni improbabili.
E per questo ancora più grate.
Così mi capitò, ormai qualche settimana fa, d’incrociare tal Unòrsominòre, già noto alle cronache musicali come K dei Lecrevisse; il tutto nella mia totale inconsapevolezza, come spesso accade: faticherei a vedere il talento anche quando mi passasse accanto.
Ci devo proprio inciampare.
Come in effetti successe, con la convergente complicità di un poeta reggiano prestato alla musica, di un concerto nella nebbia di cui già sapete, della cantante di quella sera e del multiverso dei link ipertestuali. Se non capite tutto non lambiccatevi troppo, succede spesso anche a me.
Quello che importa è solo Unòrsominòre, al secolo Emiliano Merlin, autore e principale responsabile – in associazione con Fabio del Min (Non Voglio Che Clara) – del disco che sto riascoltando in questo momento per la n-esima volta, dove n assume un valore superiore a trenta.
Il titolo è “la vita agra”, omaggio all’omonimo romanzo di Bianciardi. Spero ora non vi aspettiate la solita dotta disquisizione da critico musicale sulle influenze, le citazioni e le convergenze musicali. Primo, non ne sono capace. Secondo, ho dalla mia una crassa ignoranza musicale, e un orecchio che stenta a vedere lontane somiglianze tra melodie identiche. Allora la prenderò larga.
Questo disco è come una fotografia dell’oggi illuminata da una lampada di fine anni sessanta.
Io mi sono innamorato perfino della copertina che, non so spiegarlo, mi richiama alla mente certe edizioni scolastiche di quando ero piccolo, soprattutto certi manuali di “Civica”. E in fin dei conti queste dieci canzoni, con la loro precisa fisionomia musicale e narrativa, sono frammenti di un’educazione civile.
L’esempio viene richiamato dall’oblio per gridare “Io non amo il mio padrone, io non ti sarò fedele” e in queste parole, su sfondo quasi combat rock, Unòrsominòre canta l’epicedio riparatore di Giovanni Passannante, condannato a morte per il fallito attentato a Umberto I, cui toccò un’insensata gogna postuma: il proprio cervello esposto in teca, tra i reperti del museo criminologico. Un omaggio alle idiozie lombrosiane, cui solo un comunista, il ministro Diliberto, ebbe il coraggio di porre rimedio, decretandone la sepoltura.
E scusate se sono di parte.
“Il mattino del 26 luglio” è un pugno allo stomaco di questo paese senza coscienza pubblica, in cui basta abbattere il dittatore di turno per scordarsi di chi l’ha portato al potere, dei vizi collettivi che l’hanno sostenuto più delle piazze: “dove vi siete nascosti in questi anni di merda?”
Ma poi arriva ”Perdenti più sani” e riemerge l’ironia amara che serve a far arrivare la critica a una profondità preclusa alla polemica.
“Ci hanno preso tutto” nel titolo e nelle parole fa il paio con i caseggiati del retro di copertina, nel cui privato abbiamo pensato di rifugiarci, mentre non facevamo che diventare “complici e soli”.
Ma la chiosa, il sigillo in calce all’atto di condanna di questi anni è nel testo di “Perfetto così”.

“Nessuno mai potrà convincermi che sono infelice.”

È un disco che chiunque dovrebbe ascoltare con attenzione almeno una volta.
Scusatemi se è poco.


Canzoni per un anno.

Canzoni dell’anno che stava per passare. Ed è passato.
Scoperte, ascoltate, rinvenute, ripensate in ordine rigorosamente sparso.
Trattasi di orizzontalità del cuore intraducibile su carta, ancorché elettronica.
Se non le conosceste, cercatele sulla rete. Sono veri tesori.
Tra queste ce ne sono alcune che amo alla follia, altre che avrei voluto scrivere io, altre ancora che sento addosso come un vestito su misura.
Incise nel mio cuore, tatuate sull’anima.
Gli artisti che le hanno scritte sono talenti veri, che meritano tutto il loro successo, e molto di più.
Ad alcuni voglio bene in modo particolare per tante ragioni.
È il mio regalo per chi ha la pazienza di leggermi.
La mia playlist. Buon 2012.

Tom Waits – I hope I don’t fall in love with you.

Petrina – Miles.

Patrizia Laquidara – L’equilibrio è un miracolo.

A Classic Education – Gone to sea.

Dilaila – Pensiero.

Denise – Stones.

Unòrsominòre [Nota per Emiliano: spero di aver preso gli accenti…] – Testamento di Giovanni Passannante, anarchico italiano.

Piero Ciampi – Ha tutte le carte in regola per essere un artista. [Grazie Debora]

Nerina Pallot – I don’t want to go out.

Lo stato sociale – Abbiamo vinto la guerra.

Brunori Sas – Una domenica notte.

Offlaga Disco Pax – Tatranky.

Bruno Lauzi – L’ufficio in riva al mare.

The National – Terrible love.

Regina Spektor – Samson.

Florence + The Machine – Rabbit Heart (Raise it Up)

Francesco Guccini – Cyrano.

Vinicio Capossela – Il ballo di san vito.

Joy Division – Love will tear us apart.

Baustelle – l’uomo del secolo.

Il Teatro degli Orrori – Direzioni diverse.

P.J. Harvey – Rid of Me.

Fratelli Calafuria – La nobile arte.

The Cure – Friday I’m in love.

Battiato\Subsonica – Patriots.

Lana Del Rey – Video Games.

Beatles – Revolution.

Kate Bush – Snowflake.

Naif – Annarosa.