Archivi categoria: Divagazioni

Mi lascio.

Mi lascio

Perché non sopporto più le mie frasi da facebook

Le mie battute scontate

Come panna cotta da pizzeria

A cui ormai rido solo per etichetta

Senza neppure leggerla

E allora mi lascio

Perché ho troppo poco tempo

Per lamentarmi di come avrei potuto essere

Se solo fossi stato

Che tanto non sono stato

E non m’importa più

E già che ci sono mi lascio

Perché nella vita come negli scacchi

Apro sempre di donna

E chiudo male

Mi ritrovo sempre con un pedone di svantaggio

Sarà che ho preso tardi la patente

E allora mi lascio

E tanto che ci sono mi auguro buona fortuna

Che poi è un po’ come il fosforo nel pesce

Sempre molto meno del piombo

E poi nessuno sa se esista

Ma non si sa mai

Insomma mi lascio

E senza tante storie

Ma forse

Domani

Sul tardi

Mi riprendo.

Annunci

Musica per la fine del mondo annunciata.

Dunque siamo ancora qui, dopo tutto, e allora perché non ammorbarvi con la mia personale playlist per l’anno bisesto che ci siamo lasciati alle spalle?
Senza tante smancerie, ecco la mia lista di preferenze rigorosamente personali. Una manciata di brani scelti in rigoroso ordine sparso (o quasi).
Vi avverto, difficile che vi piaccia tutto. A meno che voi non siate me.
E questo non sarebbe bello, soprattutto per voi.

1. unòrsominòre. – Pezzali.
2. The National – Afraid of Everyone.
3. Joe Jackson – Breaking Us in Two.
4. Giuda – 10.
5. Diaframma – Siberia.
6. OfflagaDiscoPax – Parlo da solo.
7. Wolther Goes Stranger – SOMEtimes (with Federico Fiumani)
8. Heike Has the Giggles – Time Waster.
9. Bologna Violenta – Trapianti giapponesi
10. Joy Division – Ceremony
11. Jannacci\Conte – Messico e nuvole.
12. Naif – Una giornata triste.
13. The Cure – Play for Today.
14. Paolo Benvegnù – Io e il mio amore.
15. Patti Smith – People Have the Power.
16. Bruce Springsteen – Dancing in the Dark.
17. Florence + The Machine – Spectrum.
18. Mè,Pek e Barba – La Madgona del Casal.
19. Denise – Rain.
20. Low – Lullaby.
21. Ian Dury & The Blockheads – Hit Me Your Rhythm Stick.
22. Afterhours – Padania.
23. Giardini di Mirò – Time on Time (live).
24. Peter Gabriel – Here Comes the Flood.
25. Dimartino – Non siamo gli alberi.
26. The Jam – A Town Called Malice.
27. Talk Talk – Life’s what you make it.
28. Dirty Actions – Figli del Demonio.
29. CCCP – Annarella.
30. Lo stato sociale – Mi sono rotto il cazzo.


21.12.2012

Dsfazf continuava da almeno mezz’ora a ispezionarsi il contenuto della narice sinistra. Emettendo al contempo piccoli grugniti seccati. Gghygd gli lanciò un’occhiata obliqua di disapprovazione.
Senza esito.
Alla fine Gghygd pensò che sarebbe stato meglio verbalizzare la sua opposizione alle prospezioni geologiche del collega.
– La vuoi piantare? Mi fai schifo!
– Cosa?
– Non mi hai capito? Piantala di frugare dentro al tuo naso, è disgustoso!
– Senti dobbiamo aspettare ancora più di cinque ore, qualcosa dovremo pur fare…
– Fai quel che vuoi, ma fammi il sacrosanto favore di non scaccolarti davanti a me.
– Ok, ok, sarà fatto, Madama la Marchesa.
Gghygd tornò a compulsare il suo voluminoso carteggio pieno di cifre e grafici, mentre alle sue spalle Dsfazf si prendeva gioco della sua professionalità, facendogli il verso da dietro le spalle.
– Non è possibile, hai trenta milioni di anni e ti comporti ancora come un ragazzino.
– Chi, io?
– Sì, tu. Lo so anch’io che occuparsi della sterilizzazione di un micro pianeta di classe F non è il massimo della vita per un venerdì sera, ma che vuoi, ci tocca. Cosa dovremmo fare? Dovremmo lasciarli moltiplicare ancora? Sono otto miliardi! Dico otto miliardi. Ero andato a fare pipì giusto un‘ottantina di anni fa e non erano neppure un quarto. Ha ragione il Capo, dobbiamo sterilizzare.
– Ma dai, perché? Sono tanto carini in fin dei conti. Guarda com’è buffo quello lì, piccolo, paffuto, con quei quattro peli in testa, pensa di essere anche bello, secondo me. E come saltella alla sua età. Certo non sono molto intelligenti, lo riconosco, se penso a tutti quei piccolini che sono lì e gridano il suo nome.
– Già visto. C’era quel tizio con i baffetti assurdi. Ti ricordi?
– Ah, già. Questo però sembra meno cattivo.
– Non sei obiettivo, ti sta simpatico…
– Senti, Gghygd, non possiamo aspettare ancora un po’?
– Non sono scimmie d’acqua, Dsfazf! E poi avevamo scritto una sola cosa nel loro programma genetico: evolvetevi, istruitevi, vi abbiamo programmati per diventare come noi, e poter un giorno finalmente andarcene in vacanza. E loro cosa capiscono? Moltiplicatevi. Scopate come ricci e rovinate tutto il terreno di coltura. Sai quanto ci vuole a prepararne un altro? Dimmi, piuttosto, a che punto è il generatore di lampo gamma?
– È quasi pronto, ma non mi fido molto, con la crisi dobbiamo usare roba di seconda mano.
– Speriamo in bene, se mandiamo tutto i vacca chi lo sente il Capo.
– Già.
– Vabbé, dai non pensiamoci… pizza?
– Sì, ok! Per me margherita con aggiunta di deuterio.
– Ok, io prendo la solita capricciosa senza ammassi globulari. Dammi il cellulare che chiamo quelli di Quantic Pizza…
E mentre aspettavano la cena, i due tornarono a guardare il monitor su cui campeggiava uno sperduto pianeta azzurro.
Pessimamente frequentato.


Militanza e GPS.

Il navigatore satellitare è il migliore amico del fan da concerto. Ma io ancora non mi sono arreso a questa evidenza. Ragion per cui, se non fosse stato per due pietosi spacciatori di porchetta, starei ancora vagando per la zona industriale di Brescia, alla disperante ricerca del circolo Arci Vinile45 e del concerto degli OfflagaDiscoPax. Fortunatamente, per una volta tanto le cose sono andate per il verso giusto e sono arrivato sul posto in considerevole anticipo, potendomi godere il concerto dall’inizio.
L’ouverture è “Palazzo Masdoni”, e mentre accenno a seguire il ritmo col capo, penso alla federazione PCI di Reggio protagonista della canzone. Sontuosa.
Ci sono parallelismi che divergono, convergono, si rifasano vicendevolmente. E a volte entrano in risonanza. Come le corde di uno strumento.
Nella mia testa scatta il confronto con la federazione di Treviso, dove io ho incontrato la politica più o meno alla stessa età di Max Collini. La federazione si riduceva a un appartamento, neppure troppo grande, al piano nobile di un palazzo cinquecentesco. Molto dignitoso, ma niente sprechi, per carità, qui siamo in Veneto, se il PCI arriva al venti per cento, è festa vera. Solo Venezia fa eccezione. O per meglio dire Marghera. È lei la macchia rossa che sporca il candore di una regione votata al bianco fiore.
Marghera produceva coscienza di classe esattamente allo stesso modo in cui trasudava quella strana miscela di idrocarburi insolubili che sembra acqua, ma in realtà – come dice Paolini – è un composto brevettato di colore verdastro; serve a donare agli autunni lagunari una nota decadente tanto gradita agli stranieri.
Io, però, non facevo politica a Venezia. Abitavo a Marcon, più precisamente a Gaggio, andavo a scuola a Mogliano, e dunque in onore ad alcune strane regole di competenza territoriale dovevo iscrivermi a Treviso. E così feci, complice un mio amico: Pierre Zanin, che forse ancora se ne pente. Comunque sia, mi iscrissi, non al PCI – non avevo l’età – bensì alla FGCI, o meglio alla Lega Studenti Medi, federata alla FGCI.
Noi comunisti amavamo questa pletora di entità sovrapponibili. Forse perché ci davano l’idea di essere molti di più di quanti non fossimo. Col risultato che tra FGCI, PCI, ARCI, CGIL, ANPI, Legambiente, Italia-Urss, Italia-Cuba, Italia-Nicaragua, Italia-DDR, Italia-ecc, ti ritrovavi in tasca quasi un chilo e due di tessere. L’introduzione delle card plastificate a fine anni ottanta migliorò certi squilibri ponderali, ma fu anche il chiaro presagio di ciò che sarebbe accaduto.
Ad ogni buon conto, la Federazione provinciale della FGCI – che i compagni anziani chiamavano “i giovani”, con un misto di sufficienza e fastidio – consisteva in un box in alluminio ricavato in uno dei corridoi. Quattro metri quadri in tutto, più o meno lo spazio abitabile di una navicella Soyuz.
Naturale pensare alla politica come a una relazione molto intima. Qualcuno probabilmente visse quell’aggettivo in modo letterale, ma la cosa all’epoca non mi toccò neppure di striscio. Purtroppo.
Ascolto le parole di Max in questa intervista, mentre racconta di sua madre che arriva in federazione con le paste per scoprire “dove viva suo figlio”, e non posso impedirmi di riconoscere nella mia educazione politica una parte ineludibile del mio percorso di crescita. Ingenuità incluse.
Mi ricordo, distintamente, la domanda che, con una certa improntitudine, rivolsi all’allora Segretario provinciale, in coda a una riunione sulla situazione politica. Una di quelle prolusioni che Togliatti avrebbe chiosato come “brevi cenni sull’universo”.
La domanda era più o meno questa: scusate, ma non ho capito, noi la rivoluzione la vogliamo fare, sì o no?
Un silenzio da morgue calò sugli sparuti partecipanti. Funelli, il segretario, sì schiarì la voce e, al netto di molte inutili parole, disse pressapoco questo: guarda, fosse per noi, no, solo che nel nome abbiamo ancora quell’aggettivo, comunista, sai com’è…
Sì, so com’è.
Come seppi in seguito che Funelli fu tra i più convinti sostenitori della svolta di Occhetto.
Peccato che al tempo non avessero ancora inventato i navigatori satellitari. Forse Occhetto si sarebbe accorto che dietro quella svolta c’era un burrone.


Fondamentalismi.

L’altra sera (mercoledì 18 aprile N.d.A.) mentre stavo cercando di arrivare al Live in tempo per il concerto dei “The Stranglers” – grandissimi, nonostante le assenze – armeggiando con le stazioni alla disperata ricerca di un po’ di buona musica, incappo in Radio Maria. Complice un camion refrattario al sorpasso, indugio sul canale più del necessario e finisco per prestare attenzione alle parole del conduttore.
Sta leggendo alcuni brani riguardanti la prima crociata (sic!). Quella di Goffredo di Buglione, tanto per intendersi.
Mi ha colpito particolarmente il passo in cui si paragonavano i crociati in processione, dopo il massacro seguito alla caduta di Gerusalemme, a dei monaci usciti da un eremo. Si tratta, per chi non lo sapesse, di una strage di proporzioni immani, in cui furono barbaramente assassinati mussulmani ed ebrei, e pure qualche cristiano di rito orientale, senza particolari preferenze. Ecumenismo ante litteram.
Mentre ascoltavo basito, ho sentito distintamente un brivido salirmi lungo la schiena, prima di ricordarmi – con un certo sollievo –  che il papa di Roma non può più emettere e far eseguire condanne a morte.
Per fortuna.


Divagazioni/2

Alle volte penso ci si debba sforzare di praticare la propria non aderenza al mondo senza sfrontatezza.
La società moderna tollera gli stili di vita alternativi perché sono riconoscibili nel loro essere un corpo estraneo, non sono in grado di contaminare la realtà proprio in ragione di quella differenza ostentata.
Vedere una persona in giacca e cravatta, rasato e pettinato, mentre ti dice con modi compiti che lo stato mente, che le istituzioni finanziarie mentono, che le religioni e le principali forze politiche mentono anch’esse, che questo mondo è una casa diroccata non più ristrutturabile, che si può solo abbattere e ricostruire dalle fondamenta.
Questo sì sarebbe rivoluzionario.


12 Aprile 1961.

Alla fine, quando il razzo è sparito dalla vista, resta nel cielo solo la scia dei gas esausti.
Persistente.
Ma mai come il ronzio dei timpani ebbri di potenza.
Nessuno se ne cura, comunque. Tutti guardano verso un punto nel cielo, dove un uomo, da solo, spinge più in alto il confine del possibile.
A ben vedere, la cosa più divertente è che il culmine della carriera per Yuri Gagarin, pilota di aeroplano, sia stata in realtà una lunga caduta.
Sotto altra forma.
Grazie Yuri.