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¡Hasta siempre, Campeón!

Cinture? Una, in cuoio, per i pantaloni.
Rollbar? Mai sentito, per chi corre?
Estintore? Acqua, acqua e secchi.
E poi?
Motore da gran turismo.
Gomme da scooter.
Freni a tamburo, come quelli del Ciao, per intendersi.
Duecentocinquanta cavalli.
Duecentocinquanta chilometri orari.
Volante da camion.
Telaio in tubi di metallo, come una bicicletta.
Ingombrante e dotata di vita propria.
La chiamano rigidità torsionale, ma di rigido, in quei siluri terrestri a corsa tutt’altro che lenta, non c’è proprio nulla. Tu sterzi, il muso vuole andare da una parte, il motore e tutto il resto dall’altra, e te la senti sotto il culo tutta quella tensione, come un arco teso, fino all’uscita della curva.
Di sicuro, nelle macchine di formula uno del dopoguerra, c’è solo una cosa: che farai bene a decidere in fretta se buttarti fuori o rannicchiarti dentro, nel caso qualcosa vada male.
Dei primi cinque classificati nel campionato del mondo di formula uno del 1950, solo i primi due non sono morti al volante di un’auto da corsa, prima del 1957: Farina e Fangio.
Iniziano tutti e due per “F”, come Ferrari. Il destino sa essere curioso.
Farina pagò il suo conto con la sorte su un’auto normale, su una strada normale.
Perché il destino sa essere beffardo oltre che curioso.
Fangio, no, lui è argentino. E molto fortunato.
Ha un incidente a inizio carriera? Muore il suo meccanico, e lui miracolosamente sopravvive.

È coinvolto nel peggiore disastro della storia delle corse, a Le Mans? Ne esce incredibilmente illeso.
Gli si rompe la macchina nell’ultima corsa della stagione? Il suo compagno di squadra, in lotta per il mondiale, gli cede generosamente la sua, in corsa, e lui vince il titolo.
Quel pilota era Peter Collins. Lascia la macchina a Fangio dicendo che in fondo il suo capitano è vecchio e quasi sicuramente non ha la possibilità di vincere un altro titolo, mentre lui ha ancora un sacco di tempo.
Molto più accurato nelle traiettorie che nelle previsioni, l’inglese.
Fangio vincerà anche l’anno successivo, il suo quinto titolo mondiale. Nessuno farà altrettanto per quasi cinquant’anni. Mentre Collins sarebbe morto due anni dopo, al Nürburgring, senza aver mai vinto il titolo.
Il destino sa essere anche piuttosto ingeneroso.
Sì, insomma, Fangio è fortunato, tanto fortunato che quando arriva all’Avana, per una corsa, lo rapiscono i Barbudos di Castro.
E lo trattano benissimo.
Durante la corsa accade veramente di tutto, e forse Fangio a quel punto si sente in dovere di ringraziarli, i guerriglieri.
Lo fa a modo suo, dichiarando la verità, e cioè di essere stato trattato benissimo.
Batista, il dittatore fantoccio degli Stati Uniti contro cui combattono i Barbudos, va su tutte le furie, e la cosa fa guadagnare molte simpatie ai rivoluzionari, che lo ricompenseranno anni dopo con un’onorificenza, come amico della Rivoluzione Socialista. Lui, che aveva iniziato a correre con i soldi di Peron, ma che in fin dei conti parlava con lo stesso buffo accento del Che.
E allora:
¡Hasta siempre, Campeón!

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