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Vajont.

Quando senti l’onda è tardi.
Tutto è già accaduto più a monte.
E tu sei a valle.
Sfortuna.
Quello che fa incazzare è proprio questo.
Tutti ti ricorderanno con una sola parola.
Sfortuna.
Scrollando la testa per non farci entrare il ricordo.
Dicono.
Ma sotto sotto per scacciare il pensiero che può toccare a tutti.
Anche a loro.
Mentre quella che hai avuto in sorte non è come la chiamano.
Sfortuna.
Non è una catastrofe naturale.
Non è un bicchiere in cui cade un sasso.
Non è il bizzarro incunearsi di una possibilità tra le pieghe del caso.
Sfortuna.
Quello che ti arriva addosso come un’atomica che esplode in un fiordo è solo una logica conseguenza.
Di errori.
Sottovalutazioni.
Omissioni.
Umane.
Colpevoli.
In nome del progresso.
Come se non si fosse già visto questo stupro delle parole.
Come quando dicono libertà.
E la difendono coi dittatori.
Come quando dicono uguaglianza.
E la rinchiudono nei campi di lavoro.
Ma tu hai già troppi pensieri.
E troppo poco fiato.
E troppa paura.
E troppa acqua e fango e pietra alle spalle che spinge e soffoca e irrompe.
Nella valle.
Un urlo solidificato.
Che copre un buio di uomini e bestie.
Troppe.
Troppo di tutto.
Tranne il tempo.
Senza Pace.