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I° Maggio

Era più o meno ora, vent’anni fa.
Davanti alla tv, come sempre allora, quando c’era il Gran Premio.
Soprattutto se quel Gran Premio era quello di casa.
A due passi da casa, a Imola
Io di Senna non sono mai stato un tifoso, inutile dire di no.
Arrivai pure a detestarlo.
Suzuka, 1990. Ayrton sbatte fuori platealmente Alain Prost, su Ferrari, al primo giro, allungando ancora di un altro decennio il lungo digiuno che sarebbe stato interrotto solo da Schumacher.
Non potevi amarlo uno così, se eri un ferrarista.
Eppure ricordo tutto di quel pomeriggio, Regazzoni che impreca contro la federazione con Poltronieri, mentre la corsa va avanti, anche se non conta più, perché tutti aspettano notizie da Bologna.
Nessuno sa, ma tutti intuiscono.
Ti basta scorgere il gesto ritmato delle spalle di un rianimatore, da dietro un lenzuolo, e sai che qualcosa è andato male. Molto male.
Come il giorno prima, a un austriaco sconosciuto, Roland Ratzenberger, che muore mentre sta finalmente realizzando il suo sogno di guidare una formula uno, a un’età in cui di solito si inizia a pensare al ritiro.
Sfortuna? Forse, ma quando vai a trecento chilometri all’ora la morte è qualcosa che accetti.
Lo portano via in elicottero, Roland, con un massaggiatore cardiaco automatico sul petto.
Per chi ha visto era tutto già scritto.
Ma Senna? Cosa può essere successo a Senna?
Perché in quel momento, anche chi lo detestava, come me, sapeva che lui era il migliore e lo sarebbe sempre stato, a contendersi il posto con uno scozzese, Jim Clark, morto anche lui in circostanze mai davvero chiarite.
Alla fine abbiamo saputo: il primario di neurochirurgia, una donna, dice al mondo che il campione non è più. Il come lo avremmo scoperto solo successivamente: un piantone modificato in modo approssimativo, l’omertà di un ambiente che si considera al di fuori del mondo, al di sopra delle regole.
Regole di sicurezza. Non sfortuna
In fin dei conti Ayrton non ha avuto modo di invecchiare, di essere battuto da altri che non fosse la sorte.
Morire al volante di un macchina da corsa, per un pilota, non è il destino peggiore.
Ce lo ricorda la cronaca di questi mesi.
Quello che non sapevo in quel giorno dei miei vent’anni, è che qualcosa in me stava cambiando.
Oggi non guardo più così spesso i gran premi, non riesco più ad appassionarmici.
Non li capisco più.
Certo, ho salutato l’epopea di Schumacher alla Ferrari. Ma neppure quel titolo di Campione del Mondo tornato a Maranello fuori tempo massimo, mi ha dato la gioia di una sola delle vittorie di Michele Alboreto, l’unico pilota di cui sia stato tifoso senza se, e senza ma.
Ora Michele non c’è più.
Senna neppure, e Schumacher, che quel giorno vinse, nessuno sa se ritornerà mai in grado di comunicare col mondo esterno.
Eppure tutti loro hanno fatto quello che amavano, fino in fondo, circondati dall’ammirazione dei tifosi, pronti ad accettare un rischio calcolato e consapevole.
La sfortuna è un cosa diversa.
Ve lo potrebbe dire Atif Abdelouahed.
Lui non era un pilota, era un semplice operaio carpentiere, a Fidenza, a due passi da casa mia.
Lui non aveva scelto il rischio come destino. Voleva un lavoro, e forse si riteneva pure fortunato ad averlo. Fino a qualche giorno fa, quando è morto schiacciato da un macchinario.
Non c’era la diretta, però. Non c’erano folle trepidanti a seguire l’ambulanza verso l’ospedale. Non ci saranno commemorazioni tra vent’anni.
Ma una vita è una vita, e mi sembra giusto che oggi, in mezzo a tante commemorazioni per un campione, ci sia anche chi pensa a chi è caduto, non per la fama o il desiderio di primeggiare, ma per poche centinaia di euro che significano dignità.
E non è sfortuna.
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¡Hasta siempre, Campeón!

Cinture? Una, in cuoio, per i pantaloni.
Rollbar? Mai sentito, per chi corre?
Estintore? Acqua, acqua e secchi.
E poi?
Motore da gran turismo.
Gomme da scooter.
Freni a tamburo, come quelli del Ciao, per intendersi.
Duecentocinquanta cavalli.
Duecentocinquanta chilometri orari.
Volante da camion.
Telaio in tubi di metallo, come una bicicletta.
Ingombrante e dotata di vita propria.
La chiamano rigidità torsionale, ma di rigido, in quei siluri terrestri a corsa tutt’altro che lenta, non c’è proprio nulla. Tu sterzi, il muso vuole andare da una parte, il motore e tutto il resto dall’altra, e te la senti sotto il culo tutta quella tensione, come un arco teso, fino all’uscita della curva.
Di sicuro, nelle macchine di formula uno del dopoguerra, c’è solo una cosa: che farai bene a decidere in fretta se buttarti fuori o rannicchiarti dentro, nel caso qualcosa vada male.
Dei primi cinque classificati nel campionato del mondo di formula uno del 1950, solo i primi due non sono morti al volante di un’auto da corsa, prima del 1957: Farina e Fangio.
Iniziano tutti e due per “F”, come Ferrari. Il destino sa essere curioso.
Farina pagò il suo conto con la sorte su un’auto normale, su una strada normale.
Perché il destino sa essere beffardo oltre che curioso.
Fangio, no, lui è argentino. E molto fortunato.
Ha un incidente a inizio carriera? Muore il suo meccanico, e lui miracolosamente sopravvive.

È coinvolto nel peggiore disastro della storia delle corse, a Le Mans? Ne esce incredibilmente illeso.
Gli si rompe la macchina nell’ultima corsa della stagione? Il suo compagno di squadra, in lotta per il mondiale, gli cede generosamente la sua, in corsa, e lui vince il titolo.
Quel pilota era Peter Collins. Lascia la macchina a Fangio dicendo che in fondo il suo capitano è vecchio e quasi sicuramente non ha la possibilità di vincere un altro titolo, mentre lui ha ancora un sacco di tempo.
Molto più accurato nelle traiettorie che nelle previsioni, l’inglese.
Fangio vincerà anche l’anno successivo, il suo quinto titolo mondiale. Nessuno farà altrettanto per quasi cinquant’anni. Mentre Collins sarebbe morto due anni dopo, al Nürburgring, senza aver mai vinto il titolo.
Il destino sa essere anche piuttosto ingeneroso.
Sì, insomma, Fangio è fortunato, tanto fortunato che quando arriva all’Avana, per una corsa, lo rapiscono i Barbudos di Castro.
E lo trattano benissimo.
Durante la corsa accade veramente di tutto, e forse Fangio a quel punto si sente in dovere di ringraziarli, i guerriglieri.
Lo fa a modo suo, dichiarando la verità, e cioè di essere stato trattato benissimo.
Batista, il dittatore fantoccio degli Stati Uniti contro cui combattono i Barbudos, va su tutte le furie, e la cosa fa guadagnare molte simpatie ai rivoluzionari, che lo ricompenseranno anni dopo con un’onorificenza, come amico della Rivoluzione Socialista. Lui, che aveva iniziato a correre con i soldi di Peron, ma che in fin dei conti parlava con lo stesso buffo accento del Che.
E allora:
¡Hasta siempre, Campeón!